FRANCO CARDINI.
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ALLE RADICI DELLA CAVALLERIA MEDIEVALE.
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Parte 6.
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2014. Editrice Il mulino, BOLOGNA.
ISBN 978-88-15-25101-5. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista
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Indice di questa parte.
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Postfazione.
Note alla postfazione.
Bibliografia suddivisa per capitolo.
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Fine Indice.
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Postfazione.
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"Chi sei tu?".
"Sono la Morte".
"Sei venuta a prendermi?".
"È già da molto che ti cammino a fianco".
"Me n'ero accorto".
"Sei pronto?".
"Il mio spirito lo è... non il mio corpo... dammi ancora del tempo...".
"Tutti lo vorrebbero: ma non concedo quartiere".
"Tu giochi a scacchi, vero?".
"Come lo sai?".
"Lo so... l'ho visto nelle pitture, lo dicono le leggende".
"Sì, anche questo è vero; com'è vero che non ho mai perduto una partita".
"Forse anche la Morte può commettere un errore...".
"Per quale ragione vuoi sfidarmi?".
"Te lo dirò se accetti".
"Avanti, allora!".
"Perché voglio sapere fino a che punto saprò resisterti... e se, dando scacco alla Morte, avrò salva la vita. Ecco, ti tocca il Nero".
"Si addice alla Morte: non credi?".
Totentanz. Con questo pacato, agghiacciante dialogo tra il cavaliere Antonius Block reduce dalla crociata e il Signore di Questo Mondo ha inizio nella sua versione italiana il film Il settimo sigillo
di Ingmar Bergman, alla cui proiezione mi capitò di assistere e quindi di tornar a rivedere più volte a Firenze, forse cinque o sei di seguito, nel 1958. Era uscito un anno prima; da allora, tutte le volte che posso, torno a rivederlo al cinema o in dvd.
Fino da ragazzo ero affascinato dal medioevo e dai romanzi di cavalleria: l'uno e gli altri, peraltro, avvicinati - a parte pochi assaggi nelle antologie scolastiche - attraverso il Don Chisciotte di
Cervantes e i romanzi di Walter Scott (mi piaceva soprattutto Il talismano), ma anche i film di
Hollywood e le lunghe passeggiate sui monti della mia Toscana, specie quelli del "mio" Casentino tra
Bibbiena, il castello dei conti Guidi a Poppi, la pieve di Romena, la rocca di Porciano, l'eremo di Camaldoli e la Verna.
Mi rendevo d'altronde perfettamente conto che il "medioevo" rappresentato dal capolavoro di
Bergman non era esattamente quello storico, e che i suoi protagonisti - il cavaliere, lo scudiero, i
giullari girovaghi, il fabbro, la moglie infedele, la strega, ma anche il gioco degli scacchi, la magia, la
foresta, il vento, la tempesta, la notte, la paura, la fame, la superstizione, la peste, e soprattutto la Morte
- erano simbolici, anzi archetipici, per quanto ancora non conoscessi il significato di tali aggettivi.
D'altra parte, ero arrivato in qualche modo a intuire di aver incontrare il senso di un medioevo "eterno"
e "metafisico" (quello del quale parlava appunto Bergman, sulla base del suo esistenzialismo
kierkegaardiano) inteso come metafora dell'esistere: la media tempestas tesa tra il mistero del Prima e
quello del Dopo, forse tra due Nulla. E il cavaliere che incede apparentemente impassibile, lo sguardo
fisso sul suo inconoscibile Destino, era il medesimo sul quale mi era capitato più volte di meditare
incontrandomi a varie riprese con la celebre acquaforte di Albrecht Dürer, Il Cavaliere, la Morte e il
Diavolo: senza dubbio una delle fonti magari inconsce e lontane, sepolte nella memoria, dello stesso
Bergman. Ma perché il cavaliere, e non il monaco o il pellegrino o il contadino o altro?
Una prima risposta, che a sua volta scatenava in me infinite domande, mi era venuta proprio in
quel medesimo 1958, rovistando tra i libri usati di quell'antro delle meraviglie ch'era allora la libreria
Salimbeni di via Matteo Palmieri, tra il vecchio arco di San Piero e la basilica di Santa Croce. Mi era
capitato per caso tra le mani Progresso e religione di Christopher Dawson, che le Edizioni di Comunità
avevano pubblicato in versione italiana ben dieci anni prima. Fu lì che trovai formulata, fra molte altre
questioni che mi sembrarono rivelatrici, quella che allora mi sembrò al tempo stesso una constatazione
banale e una bizzarra domanda: perché un cavaliere medievale ci appare più "bello" di un agente di
commercio? Insieme con essa, mi tormentavano un altro dubbio e un'altra curiosità, da
quell'insaziabile e confusionario bricoleur della cultura quale allora ero e sono sempre rimasto: come e
perché mai quei valori cavallereschi, quel profumo di eroismo e di generosità e di libertà che sentivo di
cogliere in quel po' che conoscevo del Boiardo e dell'Ariosto ("oh, gran bontà de' cavallieri
antiqui..."), e che mi appariva come una delle più tipiche e originali creazioni di quello che allora
amavo chiamare, con Georges Bernanos, lo "spirito europeo"(1), si fossero ormai perduti e dileguati nel
cosiddetto Occidente contemporaneo, mentre mi sembrava di ritrovarli invece intatto fuori di esso, cioè
qui da noi sì ma in altri e arcaici tempi, addirittura ben prima dello stesso medioevo, oppure in tempi
vicinissimi rispetto alla nostra epoca ma cupi e oscuri e incanagliti, o ancora, invece, sotto altri e
lontani cieli, magari nei Veda dell'antica India o nel Giappone del bushido e poi di Mishima?(2) Perché
lo rintracciavo in Omero, o fra i cosacchi del Viaggio nelle steppe di Astrakan e del Caucaso di Jan
Potocki(3) e del Taras Bul'ba di Gogol', o tra i Proscritti di von Salomon, o nel Gilles di Drieu La
Rochelle, o nella Guardia Bianca di Bulgakov, o tra i pellerossa delle praterie ("Questo è un bel giorno
per morire...")? Ed ecco che - al pari di quel personaggio di Molière che scrivendo un bigliettino
galante a una Bella Marchesa non sapeva di aver fatto della prosa, e lietamente se ne meravigliò
quando glielo fecero notare - il ragazzino ignorantello che allora ero si era posto una seria questione
non solo comparativistica ma addirittura antropologica: senonché, non sapeva di averlo fatto. Anzi,
nemmeno sapeva che cosa fosse l'antropologia.
Fu probabilmente anche cercando di rispondere alle inquietudini che in me avevano suscitato
Cervantes, Scott, Bergman, Dawson e tanti altri che, un paio di anni dopo il mio incontro con quel libro
di seconda mano comprato dal Salimbeni, varcai il solenne portone di quelle ch'erano state un tempo le
"stalle del granduca" in piazza San Marco per poi diventare la sede del rettorato dell'Università di
Firenze e della Facoltà di Lettere e Filosofia. Correva l'anno 1960: e a Firenze insegnavano docenti
come Walter Binni, Delio Cantimori, Gianfranco Contini, Giacomo Devoto, Eugenio Garin, Ernesto
Sestan, Roberto Longhi, Erminio Cesare Vasoli... sono stato forse un mediocre allievo, se non uno
scadente, ma ho avuto la fortuna e il privilegio di esserlo di quei maestri.
Dopo aver assistito a molte lezioni e a ripetuti seminari, finii con lo scegliere Ernesto Sestan e
riuscii a farmi accettare ai suoi seminari e quindi a discutere con lui la mia tesi di laurea. Gli avevo
naturalmente parlato della mia "passione" per la cavalleria: la sua risposta - senza dubbio anche un
antidoto alle mie confuse, maldestre passioni romantiche, fra l'altro condite (ulteriore inquietante
particolare) da molte note di Richard Wagner - fu il mettermi tra le mani La dignità cavalleresca nel
comune di Firenze di Gaetano Salvemini. Insieme progettammo che forse avrei potuto cercar di
assumerlo come modello per un'analoga ricerca che riguardasse però la città di Siena, che conoscevo
ed amavo molto e nella quale un ramo della mia famiglia aveva origine.
Lo status quaestionis relativo alla cavalleria medievale, allora, appariva ancora collegato a
generosi sforzi di ricostruzione globale, in "vasti affreschi" a carattere ora letterario, ora
storico-giuridico, ora militare: così erano nati i ponderosi libri di Gautier e di Meller. Le sintesi di varia
ampiezza e di varia qualità a più riprese proposte da Pivano, da Salvemini, da Neumann, da Painter, da
Ganshof, dalla Fasoli, da Mor, da Puy de Clinchamps, da Barber, da Wood e da altri hanno contribuito,
in modo talora egregio, a fissare le idee-base e le linee di sviluppo storico della cavalleria sia come
fatto sociale, sia come problema militare, sia infine come esperienza spirituale. Alle questioni connesse
con la nascita, lo sviluppo, il ruolo della cavalleria si sono riferite parecchie pagine di studiosi illustri
quali Marc Bloch, Claudio Sánchez-Albornoz, Gerd Tellenbach, Robert Boutruche, Karl Bosl,
Giovanni Tabacco, Emilio Cristiani; e lo stesso va detto di quegli studiosi che si sono impegnati
nell'indagine sulla cultura dell'età feudale, da Joseph Bédier, Ramón Menéndez Pidal, Reto R. Bezzola
fino a Edmond-René Labande, Paul Zumthor, Cesare Segre. Cito naturalmente, a puro titolo
esemplificativo, alcuni fra i nomi illustri che si dovrebbero citare. Ma era ancora di là dal venire il
rinnovamento che di lì a qualche anno si sarebbe avuto con gli studi di Georges Duby, di Erich Köhler,
di Arno Borst, di Josef Fleckenstein(4) e delle loro rispettive scuole.
Sentivo però di non riuscir ad entrare in piena sintonia con quelle ricerche e a riconoscervi la
traccia delle mie aspirazioni. Frattanto un altro mio forte interesse, quello per l'Oriente - fosse pur fatto
più di cultura letteraria "orientalistica", appunto, che non di seria coscienza storica - mi stava
spingendo dalla cavalleria alle crociate, un tema del resto per alcuni versi da essa non lontano: la
passione o la curiosità per quei mondi che mi apparivano remoti e fiabeschi era in fondo un corollario
di quella per i temi cavallereschi; e ricordavo bene quando, da ragazzo, la nonna mi leggeva da un
vecchio consunto libro le pagine di una versione popolare del Guerin Meschino di Andrea da Barberino
con i suoi affannosi viaggi dall'ovest ad est e poi di nuovo a ovest alla ricerca di se stesso(5).
La verità più profonda stava nel fatto che, come allievo del Sestan, stavo faticosamente e
seriamente preparandomi al "mestiere del medievista": ma tra i gentili e magari strampalati fantasmi
ch'erano i miei cavalieri ispirati a Dürer, a Wagner e a Bergman, e quelli realmente storici severamente
proposti dal Salvemini, stentavo - et pour cause... - a riconoscere una possibile identificazione.
Intanto, continuavo a seguire le lezioni del Garin, per quanto avessi deposto la primitiva idea di
laurearmi con lui. E da lui, autore di una magistrale Prefazione per l'edizione italiana della Sansoni, fui
iniziato a L'autunno del Medioevo di Johan Huizinga, che insieme con I re taumaturghi di Marc Bloch
sarebbe stato a lungo uno dei livres de chevet del medievista che magari non sono mai divenuto, ma che avrei voluto essere.
Fu, con queste premesse, un immane peccato d'orgoglio oltreché un'imperdonabile manifestazione di vana curiositas quella che, alla fine degli anni Sessanta, m'indusse ad accettare l'offerta di un piccolo editore romano di libri, come allora si diceva (e forse si dice ancor oggi), "di alta divulgazione", il quale mi aveva proposto - offrendomi anche un compenso che allora mi parve principesco - di scrivere per lui una storia della cavalleria medievale.
Le mie ricerche - delle quali solo una parte relativamente modesta fu poi utilizzata come
Prologo del presente volume - poterono comunque giovarsi di molte forme di appoggio. Il ministero
degli Affari culturali della Repubblica francese mi consentì con le sue borse di studio, per tre interi
periodi estivi - soggiorni a Poitiers (1969) e a Parigi (1971-72) - di frequentare i corsi e la biblioteca
del Centre d'Études Supérieures de Civilisation Médiévale e ai fondi ricchissimi della Bibliothèque
Nationale; la Harvard University pose a mia disposizione, per un intero anno accademico, la generosa
ospitalità di Villa I Tatti (1976-77); l'Università di Firenze dimostrò una pazienza e una comprensione
infinita, concedendomi nel frattempo a differente titolo lunghi periodi di esenzione dall'attività didattica.
A ciò va aggiunto un aspetto delle mia formazione e della mia esistenza di quegli anni diverso
dal versante degli studi, ma ch'ebbe un'importanza altrettanto seria nelle mie scelte. Attraverso
un'evoluzione non priva di delusioni e di dolorosi "strappi" stavo uscendo da una lunga fase
d'impegno politico che avevo vissuto con ampia dose d'ingenuità ma anche con molta serietà e
profonda onestà, comunque in una posizione marginale che mi aveva a lungo spinto verso una sorta di
scomodo e pericoloso isolamento (tanto più rischioso allora, alla vigilia degli "anni di piombo"). Da
ragazzo e da adolescente, negli anni Cinquanta, le passioni del momento - il ritorno di Trieste all'Italia
del '53, i moti operai in Germania orientale e in Polonia del medesimo anno, la rivolta ungherese e la
crisi di Suez del '56 - mi avevano spinto verso la militanza in una formazione di "estrema destra": e la
mia passione per il medioevo, ovviamente accompagnata da equivoci che forse la mia giovane età può contribuire a giustificare, aveva avuto un certo ruolo in tali  scelte(6). Da quelle posizioni mi ero andato comunque più tardi con altri amici faticosamente ma irreversibilmente allontanando in quanto non riuscivo a condividere il plumbeo e polveroso nazionalismo, lo sterile e talora isterico revanscismo neofascista, le inclinazioni alla violenza e al razzismo che in tali ambienti riscontravo, per quanto convivessero con altre e più nobili componenti(7). Dopo alcune esperienze in organizzazioni diverse, dove accanto a tentazioni estremistiche e addirittura esoteriche agivano istanze sociali e comunitarie, avevo finito per chiedermi se non fosse il comunismo sovietico il tipo di approdo al quale oscuramente tendevo. Acchiappai pertanto al volo un'occasione che nel 1970 mi  condusse per qualche mese a Mosca, dove ebbi la fortuna e il privilegio di seguire i lavori di uno dei grandi Congressi internazionali di Scienze storiche, che ancor oggi si celebrano con scadenza quinquennale. Ero arrivato nella capitale
sovietica per proseguire lo studio della lingua russa, già intrapreso a Firenze presso l'Associazione di
Amicizia Italia-Urss (una sintomatica frequentazione), ma volevo soprattutto incontrare il "socialismo
reale": ne uscii tutto sommato deluso e magari vaccinato, ma in cambio mi era capitato di compiere una
serie di esperienze e di vivere incontri che, da aspirante medievista qual ero, mi condussero a
sperimentare dimensioni e a compiere letture per me fino ad allora inimmaginabili. Contrariamente a
quel che mi ero immaginato partendo, il mio incontro con la cultura sovietica non mi fornì affatto
occasioni per entrare in un rapporto più intrinseco con lo storicismo di derivazione hegeliano-marxista;
mi familiarizzai invece con una dimensione per me - e per noi occidentali - ancora si può dire inedita,
quella del collegamento sia tra storia medievale e archeologia medievale, sia tra storia, archeologia,
linguistica, filologia, antropologia, etnoantropologia, etnostoria, etnofilologia, semiologia e folklore(8);
conobbi le splendide ricerche di Vasilij Ivanovic Abaev, che m'impressionarono in modo profondo;
rimasi affascinato dal Caucaso medievale evocato nel Cavaliere dalla pelle di pantera di Chota
Rustaveli(9); infine entrai sia pur superficialmente in contatto con le ricerche riguardanti l'archeologia
scito-sarmatica e gli scavi dei kurgany caucasici, sfiorati in un breve, febbrile, prezioso soggiorno di
fine estate dalla magica Tbilisi all'indimenticabile Vladikavkaz. Il contatto con i vari aspetti della
cultura dei Reitervölker e l'interesse per le Byline, gli antichi canti epici della Rus'(10), mi rivelarono un
aspetto per me nuovo e remoto, ma se considerato attraverso le Völkerwanderungen tutt'altro che
lontano, di quella che cominciava a delinearmisi dinanzi come una "civiltà cavalleresca" eurasiatica,
dall'altopiano iranico alle isole e alle coste greche fino alle foreste germaniche e alle brughiere
celtiche(11). I miti osseti amati e studiati da Abaev, come il viaggio dell'eroe Soslan al Paese dei
Morti(12), mi condussero a considerare l'ipotesi di un loro rapporto comparativo con quelli del wilder
Jäger(13) e con i racconti di fate che Laurence Harf-Lancner avrebbe poi codificato come "morganiani".
Mano a mano che le schede desunte dalle fonti e dalla bibliografia moderna si accumulavano sul mio
scrittoio, prendeva forma un forse troppo ambizioso, forse perfino strampalato disegno volto a tracciare
le linee di una "preistoria", se non addirittura di una sorta di "antropologia storica" della cavalleria medievale.
Rientrato in Italia e compiendo i primi passi di quella "carriera universitaria" che mi si era
aperta dinanzi per caso e alla quale appena pochi anni prima non avevo mai pensato (all'Università, le
mie ambizioni oscillavano tra l'ottenere una cattedra in un liceo ed entrar in un giornale), ebbi la
fortuna di frequenti soggiorni parigini che m'introdussero negli ambienti della Nouvelle Histoire,
grazie soprattutto a Jacques Le Goff ma anche a Georges Duby e ad Alberto Tenenti, ai quali si
affiancarono alcuni altri amici francesi, come Michel Pastoureau, Jean-Claude Schmitt, André
Vauchez. Lì, fui costretto a fare i conti con la mia incerta, eclettica e anche confusa Weltanschauung di
storico principiante, che le simpatie sovietiche non avevano tuttavia, come ho detto, avvicinato -
contrariamente a quanto sarebbe sembrato viceversa logico - allo storicismo neohegeliano, mentre
restavo intimamente radicato in una visione "antimoderna" del processo storico legata per un verso a
Nietzsche, per un altro alla linea "tradizionalista" ispirata a de Maistre, a de Bonald, a Donoso Cortés,
a Miguel de Unamuno(14), e non insensibile a implicazioni junghiane per un verso, schmittiane per un
altro, e perfino all'escatologismo di Solov'ev e di Berdjaev. In ciò era stato maestro, per me e per un
pugno di giovani amici fiorentini, una bizzarra e affascinante personalità di guru, il germanista e
terziario francescano Attilio Mordini, che peraltro aveva lasciato immaturamente questa vita poco più
che quarantenne, nel 1966, senza aver avuto il tempo materiale di sviluppar a dovere il suo stesso pensiero.
Oggi mi rendo conto che, piuttosto che non "tradizionalista" e/o "reazionaria", quella nostra
incerta e confusa ricerca di allora andava piuttosto nella direzione dell'"antimodernità", che peraltro in
quegli anni, e anche per colpa del nostro miscuglio d'inesperienza e di provincialismo, rischiava
d'incanalarsi e di appiattirsi nella nozione evoliana della "rivolta contro il mondo moderno". Ma tutto
ciò mi sembra chiaro e forse perfino sostanzialmente coerente adesso che mi è possibile confrontare ad
esempio i modelli offerti da Zygmunt Bauman e da Jacques Attali(15) con l'originale, lucida e
illuminante lezione di un Davide Bigalli, che mi pare per più versi convincente e nella quale, sotto
molti aspetti, mi riconosco(16).
La gestazione di Alle radici della cavalleria medievale, corrispondente a quasi tutti gli anni
Settanta, risentì molto del disorientamento nel quale mi trovavo, di successive stratificazioni correlate
con quelle incertezze metodologiche e tematiche, forse perfino - debbo confessarlo - della schizofrenia
latente in un giovane studioso che, avendo avuto una buona scuola e una seria preparazione, si stava
avviando a una "carriera" di ricerca e d'insegnamento, versus una specie di sua "ombra" nel senso
junghiano del termine, un ostinato adepto del Kulturpessimismus otto-novecentesco che cercava
disperatamente un'ardua quadratura del cerchio tra i suoi convincimenti religiosi e
metafisico-metastorici da una parte, il suo "mestiere di storico" e i suoi doveri (sinceramente e
severamente sentiti) di professore dall'altra, i miti culturali e le utopie sociali che in lui oscuramente si
agitavano da un'altra ancora. Mentre le ricerche che conducevo si muovevano lente e impacciate per
quanto in fondo decorose attraverso differenti sondaggi tra crociate, pellegrinaggi, rapporti con l'Islam,
stregoneria, storia fiorentina e toscana, una parte di me registrava - alla luce anche e soprattutto delle
mie peraltro sostanzialmente solitarie frequentazioni degli ambienti della Nouvelle Histoire - un
crescente, forse poco disciplinato interesse per i rapporti tra storia, archeologia, filologia e antropologia
culturale che mi avevano conquistato nel mio breve soggiorno russo: e tutto ciò mi conduceva, tradotto
in termini plausibilmente medievistici, ad approfondire il mondo sterminato dei rapporti tra i miti e i
riti riguardanti il guerriero a cavallo, o di quel che a me tale pareva. Mi accorgevo, anzi
progressivamente mi convincevo, che il mio "cavaliere medievale" - del quale studi come quelli del
Duby mi porgevano ora alcune rassicuranti chiavi interpretative di tipo solidamente storico - andava
peraltro assumendo inquietanti connotati per un verso "barbarici", per un altro "archetipici", nel senso
del termine "archetipo" suggeritomi da Carl Gustav Jung da una parte, e da Mircea Eliade dall'altra.
Mi rendevo conto che il tipo di "storiografia", o meglio di proposta ermeneutico-metodologica che
stava emergendo dalle mie ricerche e dalle mie tendenze intellettuali, era molto pericolosamente
"impuro" ed atipico: a dirla con una bella definizione dell'amico e collega Andrea Piras, valoroso
iranista, più che "interdisciplinare" era (e ohimè resta) "inter(indi)sciplinato". Valeva la pena di
correre tale rischio? Vale oggi la pena di tornarci sopra, di ripensarci, foss'anche solo per "ri-trattare"
(ma, attenzione!, solo nel senso agostiniano di tale parola)?
Eugenio Garin ha scritto che Autunno del Medioevo di Huizinga è "nato su un terreno polemico
oggi in gran parte oltrepassato, condotto con un metodo incerto nei suoi stessi orientamenti e non
persuasivo, ... unilaterale, evasivo, spesso capzioso"(17). In termini più espliciti, mi capitò di sentir
definire da lui quello splendido capolavoro "un grande libro sbagliato": tale affermazione gli "scappò"
(se si può credere che davvero gli scappasse) durante una di quelle sue lezioni alle quali noi ragazzini
degli anni Sessanta riservavamo ancora - mémoires d'Outretombe, prima del Sessantotto... - l'applauso
accademico. Lungi da me, naturalmente, la tentazione del parva componere magnis: tuttavia, è proprio
ricordando quel vecchio giudizio di Garin - che del resto, nei confronti di Huizinga, era comunque
tessuto di ammirazione e quasi di affetto - che mi è talvolta capitato di pensare al mio Alle radici della
cavalleria medievale come a un "libro sbagliato". Non "grande", Dio me ne guardi. Ma sbagliato sì.
Sbagliato eccome. Sbagliato e basta. Eppure, sotto un certo aspetto, quello è stato almeno per me un
felix error, che mi ha obbligato mentre lo redigevo a letture e a ricerche ampie, approfondite,
complesse e, successivamente, a un continuo esercizio critico su me stesso(18).
Ebbene: sono forse paradossalmente, eppure sinceramente grato a quell'illustre studioso che
Alessandro Barbero nel suo Invito alla lettura lascia nell'anonimato, il quale definì Alle radici
"Spazzatura". D'altronde, si trovano tante cose nell'immondizia: segni di errori magari fatali e financo
di crimini, ma anche di saggi ripensamenti, tracce di fallimenti accettati o no ma anche di successi e di
traguardi conseguiti, brandelli di sentimenti e frammenti di gioia; a volte, perfino cose preziose
smarrite o gettate via per sbaglio o no, chissà... Come dice De André in una sua bella canzone, "Dai
diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior". Gli storici dovrebbero guardar con molto
rispetto alla spazzatura: a insegnarcelo, oltre agli ecologisti, ci sono anche gli archeologi. E a me è
capitato abbastanza spesso di scoprire che quelle mie vecchie pagine hanno direttamente o
indirettamente ispirato altre ricerche, sviluppato altre e magari migliori indagini(19). È un piccolo vanto,
un piccolo successo: conosco colleghi molto più bravi e illustri di me che non hanno avuto altrettanta
fortuna, e Dio solo sa se non l'avrebbero meritata più di me.
Sta comunque di fatto che la mia velleitaria e farraginosa ricerca, più o meno conclusa senza
essere veramente esaurita alla fine degli anni Settanta, venne poi sottoposta a una lunga stagionatura e
vagò per molti mesi di editore in editore. Emilio Faccioli, che fu per alcuni anni mio collega
d'insegnamento nella Facoltà di Magistero a Firenze e che mi onorava della sua amicizia, mi raccontò
di averne avvistata una copia dattiloscritta perfino sul tavolo di Giulio Einaudi: e il Principe degli Editori si degnò, a quel che pare, di sfogliarla, anche se poi non ne fece di nulla. Debbo soprattutto
all'interesse, oltre che di Sestan, di Elio Conti, di Giorgio Spini, di Roberto Vivarelli e di Sergio
Bertelli se alla fine il libro venne accolto da Federico Codignola in una sede editoriale allora
prestigiosa, la fiorentina Nuova Italia.
Quel che forse aiuterà il volenteroso, o curioso, o comunque ostinato lettore, ad andar a questo
punto avanti - o che comunque lo metterà forse di buon umore, vista la palese assurdità del caso - è
che quel grosso strano libro null'altro era, nelle mie intenzioni, se non una sorta di "prologo" a quel
libretto divulgativo sulla cavalleria medievale che alla fine degli anni Sessanta avevo accettato di
redigere, ma per accingermi al quale avevo creduto fosse prima necessario chiarirmi le idee sul
cavaliere "eterno", quello di Dürer e di Bergman, e rispondere alla domanda posta da Dawson: perché
mai un cavaliere medievale è più "bello" di un agente di cambio? E in che cosa risiede la sua "bellezza"?
Alle radici della cavalleria medievale è un'introduzione troppo corposa e ambiziosa a un'esile
monografia mai scritta, le linee della quale mi permetto di fornire nel Prologo: un testone grosso e
pesante per un esile, smunto corpicciolo(20). Ma alla fine degli anni Settanta, quando esso andava
lentamente e inesorabilmente stagionando nella faticosa ricerca di un editore, maturò in me e non
soltanto in me la convinzione che ormai tanto valeva lasciarlo libero di affrontare il vasto mondo.
Eppure, anche tra i lettori che lo avevano stimato positivamente, ombre e dubbi non erano
assenti: appunto quel sussiegoso aggrottar di fronti, quel "sollevare più di un sopracciglio" al quale
allude Barbero. Oggi che quella stagione si è per tanti versi ormai chiusa, mi rendo perfettamente conto
di quanto giustificate fossero quelle riserve, perfino quella manifestazioni di sospetto e di antipatia. Ne
ebbi peraltro una prova precoce già in sede di preparazione del libro, nella bella sede dell'editrice
Nuova Italia, là di fronte al convento francescano di piazza Savonarola.
In quell'edificio lavorava quietamente e umilmente, come funzionario di ruolo poco più che
impiegatizio ("umile correttore di bozze", diceva lui), uno degli ingegni più alti che l'Italia del ventesimo secolo abbia vantato, il filologo Sebastiano Timpanaro(21). Egli compì un ammirevole, scrupoloso,
esemplare lavoro di editing del mio libro, del quale non mancò in più occasioni di tessere un convinto
elogio: eppure, durante i ben tre successivi "passaggi" di bozze, per altrettante volte mi capitò
d'inserire nella mia Introduzione un ringraziamento a lui dedicato per la sua attenzione, e per tre volte
egli, con inesorabile ritualità degna del re-giudice Minosse o di Turandot figlia del Figlio del Cielo, me
lo cassò senza un commento. Seppi poi che aveva olimpicamente dichiarato che a nessun costo avrebbe
mai voluto veder il suo nome associato a quello di un Autore che scopertamente, dopo tutto quel che
nel Novecento era successo, si presentava come un ammiratore e un lodatore della guerra: e "di un
certo tipo" di guerra, poi. Era evidente che, al di là dei pregi che pur aveva riscontrato in quelle pagine,
il suo adamantino rigore - quello che abbiamo tutti ammirato nel suo intramontabile saggio sul lapsus
freudiano - gli vietava di accettare contaminazioni con chi dichiarava fin troppo esplicitamente
apprezzamento e perfino consenso con autori come Jung, Eliade e Dumézil: per non parlar di
quell'Evola, le peraltro pochissime e non centrali citazioni del quale non vanno evidentemente giù -
cortesia a parte - nemmeno al mio giovane amico Barbero. Furono riconoscimenti di debito
intellettuale che nel 1981 mi costarono addirittura - come mi fu riferito da membri della giuria quali un
Giorgio Saviane o un Ludovico Zorzi incontenibilmente indignato per quel che era accaduto -
l'assegnazione del premio Viareggio-Saggistica(22).
Non indulgo ad alcun rimpianto né tanto meno nutro alcun rancore per tutto ciò: tanto meno
tenterò pertanto al riguardo alcuna apologia, alcuna correzione, alcuna distinzione, alcuna scusa, alcuna
palinodia, alcun sotterfugio. Al contrario: me ne guardo bene. È più che evidente che noi restiamo gli
stessi, per quanto sia inevitabile, nel tempo, cambiare più o meno profondamente e anche legittimo
cambiar idea o comunque correggere precedenti posizioni. Ma anche per queste ragioni mi fa piacere
che questo libro venga ripubblicato così com'è, senza forme di maquillage e senza postume autocensure.
È altresì evidente che, se non vi ho di nuovo posto mano, ciò non è certo avvenuto perché io lo
ritenga un "classico", anche se qualcuno così lo ha scherzosamente definito: è comunque senza dubbio
uno di quei libri che o si seppelliscono nell'oblio, o si ripropongono alla lettura così come sono stati
scritti, o si riscrivono di sana pianta. Ho scelto senza esitare, d'accordo con l'Editore, la seconda
soluzione. Per il resto, e a parte quel che appunto ho ritenuto opportuno ricordare in questa Postfazione,
libri di questo genere dispongono di altre sedi per essere corretti, emendati, sottoposti alla domanda
relativa all'opportunità e/o all'utilità ch'essi trovino ancora una qualunque collocazione all'interno del
dibattito storiografico e possano rendere ancora un qualche servigio al progresso del sapere. Ma tentare
aggiornamenti e risistemazioni di un lavoro pensato e scritto tre-quattro decenni fa senza rispettarne la
logica, il senso e le tessitura interna nonché le funzioni e i contesti nell'àmbito delle e dei quali esso
maturò sarebbe tanto metodologicamente ingenuo e scorretto quanto eticamente riprovevole. Come a
volte càpita a chi in età avanzata succeda di simpatizzare con una bella ragazza, si può anche sospirare
un "Ah, se avessi trent'anni di meno!...": ma a settantatré anni suonati i remakings e i rewritings sono
altrettanto inopportuni e sconsigliabili dei patetici se non ridicoli conati sentimentali. E debbo
d'altronde per lealtà verso me stesso e i colleghi confessare che, mentre forse oggi sarei un po' più
prudente nel maneggiare gli scritti e di utilizzare le tesi di Jung o di Eliade(23) di quanto allora non fossi
- per tacer di Evola -, quanto meno nel caso di Dumézil, e ancor più in quello di Abaev, il mio parere è
lo stesso di quello di alcuni anni fa, anzi per certi versi perfino rafforzato: e, rispetto alla mia
ammirazione per la sua opera e le sue ricerche potrei ripetere, col don Giovanni di Mozart e Da Ponte,
un convinto "no, no, ch'io non mi pento!"(24).
Mi spiego meglio, tanto per non apparire oziosamente e ostinatamente provocatorio. Il giudizio
su Dumézil, nella storiografia italiana, risente essenzialmente ancora dell'accusa di filonazismo
formulata da Arnaldo Momigliano(25) e ripresa da Carlo Ginzburg nel saggio Mitologia germanica e
nazismo. Su un vecchio libro di Georges Dumézil, apparso in "Quaderni storici", 12, 1984, pp. 857-882
e poi ripubblicato nel libro Miti emblemi spie. Morfologia e storia, uscito nel 1986, l'anno stesso della
morte del grande studioso(26). A giudizio di Ginzburg, il testo "rivelatore" al riguardo sarebbe Mythes
et dieux des Germains. Una delle questioni centrali dell'assunto ginzburghiano è l'accostamento tra le
società di giovani arcaiche del mondo germanico e le organizzazioni paramilitari naziste alle quali
Dumézil avrebbe guardato con simpatia. Tuttavia, il dibattito almeno in Francia è proseguito molto
oltre: e oggi Dumézil appare un autore ampiamente rivalutato. Soprattutto dopo un libro del 1992, sul
quale non abbastanza è trapelato in Italia (nonostante un qualche dibattito, testimoniato allora da
recensioni di "Repubblica" e del "Corriere della Sera")(27), scritto dal sociologo e filosofo Didier
Eribon(28) che è tutto tranne che accusabile di posizioni "di destra": è difatti impegnato pubblicamente
e come studioso, per esempio sulla questione del "matrimonio per tutti", avendo dato vita nel 2004 al
"Manifesto per l'uguaglianza dei diritti" a favore della legittimazione delle coppie omosessuali.
Ebbene: al fine di far chiarezza a proposito delle accuse contro Dumézil, Eribon ha condotto
un'inchiesta su fonti inedite e parlato con molti testimoni superstiti di quell'epoca. Se è vero che negli
anni Venti Dumézil aveva militato nell'Action Française, egli l'aveva poi abbandonata per aderire a
una loggia massonica; e nel 1941 il governo di Vichy gli aveva revocato la licenza d'insegnamento.
Soprattutto, Eribon ha dimostrato come sotto pseudonimo Dumézil scrivesse, già da prima della guerra,
articoli nei quali si opponeva nettamente al nazismo e all'ideologia del razzismo ariano. Allo stesso
tempo egli ha ricostruito attraverso corrispondenze inedite i suoi rapporti con Marcel Mauss, Émile
Benveniste (che lo volle nel Collège de France), Sylvain Lévi, nessuno dei quali risulta aver mai
guardato a lui come a un sospetto di un filonazismo. Senza parlare della recensione positiva che Marc
Bloch scrisse nel 1940 proprio su Mythes et dieux des Germains.
Insomma, come scrive Eribon:
Son livre de 1939 n'invoque-t-il pas, comme source d'inspiration, "l'enseignement et
l'exemple" de Marcel Mauss? Et ne fut-il pas accueilli, en 1940, par un compte rendu chaleureux de
Marc Bloch? N'est-ce pas Émile Benveniste qui entreprit de faire élire Dumézil au Collège de France,
au sortir de la guerre? Et si aucun des collègues de Dumézil n'a pensé, à cette époque, que l'oeuvre de
Dumézil exprimait de la sympathie pour le nazisme, en vertu de quelle lucidité rétrospective
pourrions-nous aujourd'hui être assurés d'en pouvoir décider mieux qu'eux?(29)
D'altronde, gli argomenti della fine di questa digressione spettano di diritto allo stesso Dumézil,
le parole stesse del quale è opportuno citare:
Ginzburg ne se rend pas compte de l'état d'esprit où nous étions tous sociologues et
mythologues en 1938-1939: le rapport du nazisme et de l'antiquité germanique nous apparaissait, en
toute évidence. Loin d'éveiller les soupçons où s'empêtrent aujourd'hui Momigliano et Ginzburg mon
petit livre fut accueilli en France et en Belgique comme la mise au point opportune d'un sentiment
commun. Et non seulement par Mauss et Granet mais par des germanistes peu suspects de sympathies
nazies comme Tonnelat et Vermeil. En juin 1939 quand le service de presse fut distribué les
destinataires avaient d'autres soucis que de répondre aux auteurs des livres. J'ai néanmoins reçu en
juin, en juillet un certain nombre de remerciements circonstanciés: l'approbation était générale. De ce
courrier je ne citerai que quelques lignes d'une lettre, émouvante quand on pense à la personnalité du
signataire et au sort cruel qui l'attendait.
A queste frasi segue la menzione di un biglietto di felicitazioni per il libro duméziliano in
questione, ch'era stato firmato il 21 giugno 1939 da Maurice Halbwachs, il grande filosofo e sociologo
morto a Buchenwald nel 1945(30).
Su un piano più generale mi sembra che, per quanto l'idea interpretativa generale delle società
indoeuropee e delle rispettive "tre funzioni" sia stata oggetto di continue discussioni e anche di
contestazioni, e il suo assunto non possa comunque esser accettato come una spiegazione totalizzante e
del tutto convincente, non ci sia tuttavia dubbio che i saggi comparativistici di Dumézil (e dunque la
legittimità di porli a fondamento o in ogni caso a presupposto di ricerche ulteriori) restino in molti casi
insuperati. Mi limito qui a riferirmi a un solo esempio: le sue venticinque esquisses de mythologie
raccolte nel 1983, appena tre anni prima della scomparsa, in un unico libro(31). Se esso fosse stato sul
mio scrittoio appena pochi mesi prima della sua pubblicazione, quando ancora stavo lavorando al mio,
la qualità di quest'ultimo se ne sarebbe di gran lunga giovata: e l'averlo conosciuto tardi, ma l'averne
potuto discuterne ad esempio con Joël Grisward, o con Andrea Fassò, o con Mario Mancini, mi ha
ancor più radicato sui miei convincimenti "duméziliani" allora già espressi.
Comunque il mio libro, così come uscì nel 1981, era ohimè ricchissimo di errori e di lacune di
alcuni dei e delle quali già ero cosciente, mentre altri ed altre ne avrei scoperti e scoperte in seguito. Ha
per esempio del tutto ragione Barbero quando afferma:
Cardini aveva certamente intuito che i Greci avrebbero avuto diritto a un posto nel suo quadro;
ma all'epoca l'immagine dei kaloì kagathoí allevatori di cavalli e spregiatori della plebe non era stata
ancora messa a fuoco dalla storiografia come lo è stata in tempi recenti, per merito soprattutto degli
storici angloamericani, e l'intuizione non è sviluppata.
Senza dubbio: e mi duole molto che certi studi degli anni Ottanta non fossero ancora disponibili
quando scrivevo le mie pagine; e ancor più mi duole non aver anticipato se non pochissimo o nulla di
ciò di cui essi trattano, e che pur avrei forse ben potuto dal canto mio non solo "intuire", come Barbero
pur constata che mi capitò di fare, ma anche almeno sfiorare, o magari anche qualcosa di più. Ho
sottovalutato la Grecia, quanto meno quella postomerica? Ed è forse in ciò ravvisabile, sviste e
stanchezze a parte, una sorta di antipatia, di pregiudizio antiumanistico? Del resto, visti certi sviluppi
polemici che a suo tempo accompagnarono l'uscita del libro, potrei adesso strumentalmente e
apologeticamente rivendicare tali atteggiamenti, tali scelte: essere ostili o comunque diffidenti dinanzi
allo splendore dell'antica Ellade costituirebbe se non altro una buona prova di disposizione intellettuale
antinazista: ricordate per esempio, in confronto, il pur grande Helmut Berve e il suo elogio di Milziade
quale paradigma dell'eroismo "ariano"? Ma dal canto mio preferisco lasciar da canto astute apologie
per rifugiarmi con umiltà nell'ammissione della mia peraltro evidente ignoranza e nell'affermazione
che, se avessi avuto a disposizione gli scritti di Bugh, di Spence e di Worley, il mio libro sarebbe stato
senza dubbio migliore, più convincente, meno lacunoso.
Oggi, mi sentirei addirittura di procedere oltre su quella stessa strada: e, accettando il rischio
che ciò venga considerato una prova ulteriore di pervicacia, dichiaro che se il Signore mi lascerà
abbastanza a lungo in questa valle di lacrime - cosa che diuturnamente lo imploro di fare - volentieri
mi chiederò, ripercorrendo i sentieri dei miei cavalli e dei miei cavalieri sui quali frattanto, come
avrebbe detto Knut Hamsun, è cresciuta fin troppa erba, quale influenza abbiano avuto questi
nobilissimi e alteri allevatori di cavalli sul cavaliere medievale, se cioè qualcosa di loro e della loro
Weltanschauung sia passato nel mondo bizantino e da quello al "nostro" medioevo.
A mia conoscenza, la cosa non è stata per ora dimostrata: eppure si potrebbe ben riflettere sul
fatto che la Hetaireia bizantina dei secoli IX-XII, pur portando un nome che ricordava i cavalieri
macedoni - ma attenzione: macedoni, non elleni: e quasi barbaroí per questi ultimi... -, era appunto
formata da barbaroí, cioè da stranieri che, guarda caso, venivano dal Vicino Oriente e magari perfino dall'Asia profonda, insomma dalla patria dei Reitervölker(32). E a  questo riguardo, oggi, credo sarebbe opportuno approfondire le ricerche, anche di tipo antropologico se non addirittura folklorico, sulla "civiltà equestre" ancora viva nella fertile pianura tibetana del Mustang, patria di una generosa razza equina, o su quel che resta del culto degli "dèi cavalieri" dell'antico glorioso Kafiristan, che oggi è stato rinominato Nuristan, passando cioè dalla parola musulmana "Paese dei Pagani" a quella -
eufemistica, sempre per orecchie musulmane - di "Paese della Luce"(33).
Allo stesso modo, aggiungo di aver ad esempio sottovalutato, se non addirittura evitato ed
ignorato, un confronto con la cultura "cavalleresca" musulmana - ancora una volta: cavaliers o
chevaliers?(34) - rispetto alla quale, a parte qualche cenno qua e là, Alle radici rifugge dal problema,
invece nodale (e le fonti crociate lo rimarcano), di quanto nella civiltà musulmana vi fosse di
antropologicamente confrontabile e quanto invece di storicamente risolvibile in termini di
acculturazione, rispetto alle tradizioni "cortesi-cavalleresche" fra i due mondi: se non fra i tre, in un
triangolo latino-bizantino-musulmano nel mio libro assente, e non certo soltanto per banali ragioni
cronologiche d'argomento, poiché senza dubbio fu con le crociate, tra XII e XIII secolo, che diffusero
gli atteggiamenti cortesi-cavallereschi di quelli che a Bisanzio e nel mondo musulmano venivano
chiamati, rispettivamente, frankoi e faranji. Ancora, non posso esimermi dal lamentare di non aver
avuto a disposizione, durante il mio lavoro di allora, un libro come la chiara e potente sintesi dedicata
da Régis Boyer al mondo scandinavo e alla sue saghe o la raccolta di saggi che l'amica Nicoletta
Francovich Onesti - che a suo tempo con tanta affettuosa cura seguì insieme col marito,
l'indimenticabile archeologo Riccardo Francovich, la gestazione del mio libro - ha recentemente
dedicato alle culture germaniche altomedievali: le mie pagine a quegli argomenti dedicate ne avrebbero tratto un insostituibile giovamento(35).
E il mio cahier d'autodoléance potrebbe davvero andar per le lunghe. In tema di archeologia, di
etnoantropologia e di genetica, ad esempio, non ho dubbio alcuno che se quando ho scritto quelle
pagine fossi già stato a conoscenza dei risultati, ad esempio, delle ricerche di un Luigi Luca Cavalli
Sforza, o di quelle di Colin Renfrew(36), o di D.W. Anthony e di J.Y. Chi, o del libro che A. Griffiths e
J.E.M. Houben hanno dedicato nel 2004 ai Veda, certe mie osservazioni di carattere antropologico
sarebbero state diverse(37). E lo stesso se avessi potuto ben assimilare i risultati del grande lavoro di M.
Alinei(38).
Solo su un punto, tuttavia, mi permetto di dissentire dalle puntuali ancorché sempre amichevoli e cortesi critiche dell'amico Barbero:
"Questo non toglie che, in più casi, il culto d'un santo militare abbia potuto in effetti impiantarsi su quello, precedente, d'una divinità guerriera", che a ben vedere significa l'esatto
contrario. Ancora: i barbari si sono convertiti al cristianesimo, ma lo hanno improntato dei loro valori
ancestrali, fra cui, beninteso, la sacralità del guerriero a cavallo. Anche qui Cardini prende le distanze,
introducendo però subito una congiunzione avversativa che di fatto smentisce la smentita: "Non si vuol
dire - intendiamoci - che quello offerto ai Germani più che cristianesimo fosse cristianizzazione del
paganesimo ancestrale, tesi ormai destituita di fondamento; né si vuol insinuare si trattasse di un
diciamo così "cristianesimo senza Vangelo"; certo però... (corsivo nostro)".
D'accordo, in effetti, sull'ambiguità dell'avversativa. Resta il fatto che oggi si parla ormai di
cristianesimi al plurale, proprio riconoscendo che a seconda delle popolazioni cristianizzate la religione
che ne usciva era cosa differente da quella uscita dalla Palestina (ammesso che si sappia cosa fosse) o
dal Vicino Oriente. Il cristianesimo germanico era differente da quelli che lo avevano preceduto, così
come lo sarebbe stato quello del Nuovo Mondo. Non vedo che cosa ci sia di davvero sorpassato in
questo: che i santi militari non fossero esattamente lo stesso delle divinità pagane è vero, ma che
l'arcangelo Michele avesse più appeal per Longobardi e Normanni rispetto a sant'Antonio abate è non
meno innegabile.
Infine, a proposito dell'inizio del libro e della "descrizione" della battaglia di Adrianopoli, alla
quale Barbero(39), pur lodandone lo stile, rimprovera l'aver adottato un'immagine forte ma datata (il
fante romano dinanzi al cavaliere germanico), come le stesse pagine successive dimostrerebbero, posso
solo replicare ricordando e, se posso osare, addirittura rivendicando con Hayden White(40) (e molti altri)
gli innegabili e insopprimibili caratteri letterari della scrittura della storia - almeno nella fase di essa
che il vetusto venerabile manuale di Bernheim avrebbe definito "l'esposizione" - ai quali è
obiettivamente difficile e a mio avviso anche soggettivamente inopportuno tentar di sottrarsi. È vero:
anche i Romani avevano la cavalleria, e abbastanza simile a quella dei Goti; com'è vero che il quarto secolo ha assistito anche a sconfitte delle truppe a cavallo (basti pensare agli equites singulares di Massenzio ad Saxa Rubra contro Costantino). Eppure, sta di fatto che Adrianopoli sta sul limitare della
lunga epoca nella quale il cavaliere pesante diverrà il signore incontrastato dei campi di battaglia: ed è
simbolicamente a ciò che quella pagina senza dubbio "letteraria" aperta dall'evocazione di un pensoso imperatore Valente vuole alludere.
Comunque, molta acqua è passata sotto i ponti, dal lontano 1981 a oggi; e adesso, ormai, è
plausibile rileggere un libro come questo solo in una prospettiva storiografica piuttosto che non
propriamente storica. Sono sotto gli occhi di tutti gli enormi e decisivi progressi da allora compiuti nel
campo degli studi sulla civiltà cavalleresca e nei metodi e strumenti interdisciplinari a nostra
disposizione per affrontarne la problematica: e ciò rende questo libro desueto e dépassé sul piano del
contributo al progresso della ricerca, pur ammesso - e non so quanto concedibile - che mai vi abbia contribuito.
D'altronde, habent sua fata libelli: come potrebbe questo sfuggire alla ferrea regola? Sono
molto grato sia a Jean Flori per avergli dedicato un'attenzione che un decennio fa si tradusse in una bella Presentazione, sia ad Alessandro Barbero che ha affrontato dieci anni dopo la stessa fatica
rendendomi a sua volta analogo, non so quanto obiettivamente meritato onore. Poiché questo libro mi ha accompagnato per quasi mezzo secolo, e non foss'altro per questo  mi è caro, ringrazio ancora tutti
quelli che mi hanno aiutato a non dimenticarlo e a non farlo dimenticare: a cominciare dai miei primi autorevoli critici, che furono Marco Revelli, Jean-Claude Schmitt e  Aldo A. Settia.
Particolare gratitudine sento per Marina Montesano, che non era ancora ventenne quando s'imbatté in queste pagine e da allora non ha mai cessato di stimarle e di amarle. Un grazie ad Andrea
Fassò, mio vecchio compagno di studi a Poitiers, che ha pazientemente rimediato alla mia proverbiale
distrazione rileggendo e correggendo rigo dietro rigo queste pagine, e anche alla sua allieva Alessia
Chapel, per avermi generosamente fatto conoscere il contenuto della sua tesi di laurea Il guerriero dal
viso feroce. L'aspetto barbarico della "chanson de geste". Ancora, agli amici dell'équipe del Mulino, a
cominciare da Ugo Berti, che hanno accordato al volume tanta fiducia da ritenerlo degno di una
seconda vita. Non posso poi passare sotto silenzio Giulietto Chiesa e il nostro viaggio in area caucasica
nel 2010, durante il quale il libro venne festeggiato.
Non menziono qui nessun altro fra gli amici e i colleghi che hanno avuto a che fare con esso,
compresi quelli che lo hanno giudicato severamente, solo perché temo che un eventuale elenco potrebbe involontariamente offendere qualcuno omettendone il nome. La mia più sincera gratitudine va infine alle mie quattro figlie e ai miei sei nipoti, ai quali il 16 febbraio scorso si è aggiunta la mia bisnipotina Aurora, nata nella lontana Brasilia. Pensare  costantemente a loro mi ha molto aiutato,
sempre: ma soprattutto nei momenti in cui mi capitava - come di quando in quando capita a chiunque faccia questo mestiere - di chiedermi se davvero ha un senso l'aver passato una vita intera tra vecchie carte e vecchie memorie, cercando d'intendere, di comprendere e d'impedire che tacciano per sempre antiche voci ormai perdute nella vorticosa, profonda corrente del  tempo.
FRANCO CARDINI.
Parigi-Firenze, nel primo giorno di primavera di quello che, secondo il calendario tradizionale cinese, è l'Anno del Cavallo (2014).
...
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...
FINE.
...
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...
NOTE ALLA POSTFAZIONE.
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(1)  G. Bernanos, Lo spirito europeo e il mondo delle macchine, trad. it. Torino, 1963.
(2)  Cfr. Yamamoto Tsunetomo, Hagakure. All'ombra delle foglie. Il coraggio e l'onore del
samurai, trad. it. Chieti, 2005; R. Granati, Storia dei samurai e del bujutsu, Roma, 2008;
(3)  Avevo scoperto per puro caso lo scritto di Potocki, in traduzione francese, rovistando fra le
carte di un vecchio congiunto appassionato di cavalli e di equitazione. Ora ne esiste un'edizione nuova
in italiano, grazie a G.B. Tomassini (Milano, 1998).
(4)  Su questo indimenticabile maestro, al quale sono personalmente legato da profonda
gratitudine, cfr. Erinnern - Bewahren - Erinnerung fruchtbar machen. Zum Gedenken an Josef
Fleckenstein, a cura di O.G. Oexle, Göttingen, 2007.
(5)  Mi sia consentito il richiamare la splendida edizione critica de Il Guerrin Meschino, a cura
di M. Cursietti, Roma-Padova, 2005.
(6)  T. di Carpegna Falconieri, Medioevo militante, Torino, 2012, ha ben descritto quegli
ambienti e quegli orizzonti: nel suo libro ho un posto anch'io, per quanto l'Autore guardi forse con un
po' troppo generosa indulgenza alle mie responsabilità di allora - che io sento invece forti e profonde,
anche se posso invocare quali circostanze scusanti la già citata giovane età e la buona fede - e valorizzi
invece il mio contributo palinodico ed equilibratore ad esse successivo, che senza dubbio c'è stato ed è
stato sincero e leale.
(7)  Difficile parlare di queste cose a chi non ne sa nulla superando schemi e pregiudizi, anche a
distanza di molti anni. Sul piano dei "letterari", spesso anche biografici o autobiografici, ch'esse hanno
prodotto, non si va granché oltre - e non è del resto poco - Una vita violenta di Pier Paolo Pasolini, o
Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno, o Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi.
Sul piano della riflessione critica, mi sembra che il livello migliore - anche lì non senza qualche
elemento autobiografico - sia stato raggiunto da Marco Tarchi, oggi docente nella Facoltà di Scienze
politiche dell'Università di Firenze, nel suo libro Cinquant'anni di nostalgia, risultato di un'intervista
da lui rilasciata ad Antonio Carioti (Milano, 1995). Io ho provato a mia volta a dirne qualcosa in
L'intellettuale disorganico, Torino, 2001. Sorprendente, inaspettato e rivelatore, per molti versi,
Fascisti immaginari, a cura di L. Lanna e F. Rossi, Firenze, 2003. Adesso, si può leggere al riguardo
con profitto il romanzo a modo suo semiautobiografico di Annalisa Terranova, Vittoria, Roma, 2014.
(8)  Questa linea di ricerca, che in Italia ha molto stentato ad affermarsi, è oggi praticata con
ottimi risultati: cfr. F. Benozzo, Etnofilologia. Un'introduzione, Napoli, 2010.
(9)  Chota Rustaveli, Le chevalier à la peau de panthère, trad. fr. Moscou, 1989.
(10)  Utile mi sarebbe stato, allora, la lettura di un libro come quello di P. Mirabile, Le "Récit
d'Igor" dans la koiné eurasiatique médiévale, Hong Kong, 2011, che mi sembra andare verso una
direzione largamente analoga a quella del mio libro, che peraltro non mostra di conoscere; altre notizie
sul medesimo argomento in L'epos dei mercanti. Byline russe del ciclo di Novgorod, a cura di E.T.
Saronne ed E. Moroni, Roma, 2010.
(11)  A proposito della civiltà celtica, nei suoi vari aspetti, fondamentale la figura di Cuchulainn,
per la quale adesso si può consultare L'epopea di Cuchulainn. La razzia delle vacche di Cooley, a cura
di C.-J. Guyonvarc'h, trad. it. Roma, 2009. A proposito del tema del calore interno sprigionato da
Cuchulainn, importante il confronto con il tapas, il calore interno del "Sé interiore" della tradizione
indiana che trova riscontro nella tradizione tibetana del gtum-mo (cfr. H. Zimmer, Miti e simboli
dell'India, trad. it. Milano, 1993, p. 108).
(12)  Non posso a questo proposito esimermi dal ribadire - per quel che esso vale - il mio
apprezzamento profondo di un libro pur a sua volta problematico e discusso, Storia notturna di Carlo
Ginzburg (Torino, 1989).
(13)  Al riguardo, mi sembra che siano nonostante tutto rimasti insuperati, e quindi a tutt'oggi
insostituibili, i pur vetusti E. Endter, Die Sage vom wilden Jäger und von den wilden Jagd: Studien
über deutschen Dämonenglauben, Frankfurt a.M., 1933, e K. Meisen, Die Sagen vom wütenden Heer
und wilden Jäger, Münster, 1935; cfr. R. Caillois, I demoni meridiani, trad. it. Torino, 1988; Le mythe
de la chasse sauvage dans l'Europe médiévale, a cura di P. Walter, Paris, 1997; B.M. Kienzle,
Hélinand de Froidmont et la prédication cistercienne dans le Midi (1145-1229), in La prédication en
Pays d'Oc, Toulouse, 1997, pp. 37-66 (Elinando è la fonte di un celebre exemplum del domenicano
fiorentino trecentesco, Jacopo Passavanti, a sua volta fonte per la novella del Decameron dedicata a
Nastagio degli Onesti). Preziose come al solito le finissime osservazioni di G. Ricci, I giovani, i morti.
Sfide al Rinascimento, Bologna, 2007, passim, part. pp. 103-104. Sull'argomento si attende con
impazienza il nuovo libro di M. Oldoni, La famiglia di Arlecchino. Treni apocalittici e letteratura di
masnade, attualmente in corso di stampa presso Donzelli, Roma.
(14)  Cfr. M. de Unamuno, Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, Introduzione di C. Bologna,
trad. it. Milano, 2005. Mi riferisco però soprattutto a C. Schmitt, Il Nomos della terra, trad. it. Milano,
1991, e a Id., Donoso Cortés, a cura di P. Dal Santo, Milano, 1996, il primo capitolo del quale prende
appunto in considerazione la "triade controrivoluzionaria" de Maistre, de Bonald, Donoso.
(15)  Z. Bauman, Modernità liquida, trad. it. Roma-Bari, 2013; J. Attali, Histoire de la
Modernité, Paris, 2013.
(16)  D. Bigalli, Un'altra modernità, Milano, 2013.
(17)  E. Garin, Introduzione a J. Huizinga, Autunno del Medioevo, trad. it. Firenze, 1992, p.
XXVIII (cito dalla decima edizione).
(18)  Sintomatico di quanto "impuro", sotto il profilo della ricerca storica, fosse lo sforzo che mi
accompagnò durante l'intera redazione di Alle radici della cavalleria medievale, fu una sorta di
"racconto iniziatico" che mi capitò di scrivere d'un fiato, e che per me fu quasi una specie di catartica
autorivelazione, in pochissimi giorni a cavallo tra le fine del 1979 e i primi del 1980. Era per me un
periodo difficilissimo, denso anche di difficoltà di vario genere che si traducevano anche in frequenti
sogni, talora angosciosi e forse premonitori. Difatti, in quei giorni non lo sapevo ed ero razionalmente
lontano dal prevederlo: ma poco dopo, nel giro di poche settimane, avrei perduto inaspettatamente
entrambi i miei genitori. Nella settimana di passaggio tra un anno e l'altro (e tra un decennio e l'altro)
mi trovai casualmente isolato dalla neve in una casetta dell'Appennino toscoemiliano con mia moglie,
le nostre quattro figlie e un gatto. Un po' per ingannare il tempo, un po' per fuggire quel tanto
d'angoscia che la situazione mi procurava - a scopo quindi per così dire apotropaico-catartico -,
composi una specie di spurio romanzo cavalleresco, che di lì a qualche mese fu pubblicato col titolo di
Il giardino d'inverno e di recente è di nuovo uscito come L'imperatore, il re del mondo, il cavaliere
(Faenza, 2013). Lì si ripercorreva, in termini di simboli, di fiabe e di leggende, il cammino che in
termini storico-antropologici avevo cercato di tracciare nel libro che proprio pochi giorni prima di
partire per la montagna avevo consegnato all'editore che lo avrebbe trattenuto a sua volta alcuni mesi
prima di pubblicarlo.
(19)  È il caso del bel saggio nel quale F. Benozzo, Cavalieri neolitici e cavalieri medievali (una
connessione archeologica-letteraria), in Id., Etnofilologia, cit., pp. 129-150, part. p. 130, parte dalle
mie conclusioni sulla cultura kurgan per mostrarne i limiti e fornire sulla base per esempio degli studi
di Lichardus e di Alinei editi fra 1985 e 2000 (quindi posteriori alla prima edizione del mio lavoro, ma
che avrei potuto mettere a frutto per aggiornarmi e correggermi nella seconda), ottime coordinate per
un ampliamento e un approfondimento della ricerca, appunto, sulle radici della cavalleria medievale, a
una preistoria più remota. È un lavoro che resta ancora da fare, e che segnalo con forza ai più giovani
colleghi. Ho altresì trovato saggio dell'eco della mia ricerca in scritti come Agiografia e culture
popolari. In ricordo di Pietro Boglioni, a cura di P. Golinelli, Bologna, 2012, specie nel saggio di A.
Benvenuti, Il topos agiografico della lotta col drago: da metafora del potere pubblico a tema
folklorico, ivi, pp. 155-192.
(20)  Vero è che gran parte del materiale che avevo messo insieme per la "storia della cavalleria"
mai scritta, assieme ad altri studi che successivamente vi si erano andati aggiungendo, dettero luogo a
due successivi libri: F. Cardini, Guerre di primavera. Studi sulla cavalleria e la tradizione
cavalleresca, Firenze, 1992, e Id., L'acciar de' cavalieri. Studi sulla cavalleria nel mondo toscano e
italico (secc. XII-XV), Firenze, 1997.
(21)  Basti a richiamarne la straordinaria importanza il bel libro di P. Mari, Timpanariana. E
altri saggi di metodo filologico, Roma, 2013.
(22)  Di alcune discussioni e in qualche caso addirittura reazioni polemiche a quel libro, nonché
dei loro echi in sede propriamente scientifica, mi capitò di render puntualmente conto in F. Cardini,
Ancora sulla cavalleria medievale, in "Quaderni storici", 57, 1984, pp. 985-994.
(23)  Ho preso doverosamente atto delle riserve e delle critiche nei confronti di Jung espresse, in
modo e con toni diversi, sia - tanto per restare a due soli esempi - da R. Noll, Jung. Il profeta ariano,
trad. it. Milano, 1999, sia da J.-L. le Quellec, Jung et les archétypes. Un mythe contemporain, Auxerre,
2013, che peraltro mi sembrano tanto importanti quanto non del tutto convincenti né tantomeno
definitive. Quanto alle voci contrarie a Eliade, esse mi sembrano animate di solito molto di più dalla
condanna per le sue soprattutto giovanili simpatìe politiche piuttosto che dalla critica al suo lavoro di
storico delle religioni.
(24)  Né, in ciò, sono solo: "L'opera di Georges Dumézil è una pietra miliare del Novecento, e
resterà tale anche quando i progressi della ricerca la dichiareranno scientificamente superata e i suoi
libri, come egli stesso scherzando prevedeva chiudendo il libro-intervista con Didier Eribon, saranno
spostati dalla saggistica e trasferiti nella sezione romanzi" (P. Galloni, Il mistero degli uccelli iniziatici,
in Pulsione e destini. Per Andrea Fassò, a cura di F. Benozzo, M. Cavagna e M. Meschiari, Modena,
2010, p. 83). In fondo, quel che Dumézil prevede è appunto il destino dei libri considerati "classici":
quello che appunto è capitato ai libri di Huizinga e di Bloch. Il saggio di Galloni, pp. 83-101, fornisce
anche buone osservazioni sui rapporti tra le ricerche di Dumézil e quelle di Lévi-Strauss.
(25)  A. Momigliano, Premesse per una discussione su Georges Dumézil, in "Opus", 2, 1983,
pp. 329-342, poi ripreso dallo stesso varie volte. È appena il caso di ricordare come le accuse di
fascismo appoggiate a fatti accaduti durante il periodo in cui regimi del genere dominavano parte
dell'Europa possano facilmente ritorcersi contro chi le ha lanciate, oscurando inopinatamente i pregi
scientifici con valutazioni di tipo politico; ci riferiamo com'è ovvio alla polemica nata a proposito
dell'adesione al fascismo da parte dello stesso Momigliano prima delle leggi del '38, per cui cfr. R. Di
Donato, Materiali per una biografia intellettuale di Arnaldo Momigliano, I: Libertà e pace nel mondo
antico, in "Athenaeum", 83, 1, 1995, pp. 213-244.
(26)  Riprese poi da B. Lincoln, Death, War, and Sacrifice. Studies in Ideology and Practice,
Chicago-London, 1991; cfr, ancora, Id., Rewriting the German War God: Georges Dumézil Politics
and Scholarship in the Late 1930s, in "History of Religions", 37, 1998, pp. 187-208, e, in Italia, C.
Grottanelli, Ideologie, miti, massacri. Indoeuropei di Georges Dumézil, Palermo, 1993.
(27)  Con toni molto diversi tra loro: di Antonio Gnoli su "Repubblica" del 3 ottobre 1992 e di
Paolo Tortonesi sul "Corriere della Sera" del medesimo giorno.
(28)  D. Eribon, Faut-il brûler Dumézil? Mythologie, science et politique, Paris, 1992.
(29)  Eribon, Faut-il brûler Dumézil?, cit., p. 14.
(30)  G. Dumézil, Science et politique. Réponse à Carlo Ginzburg, in "Annales E.S.C.", 5,
settembre-ottobre 1985, pp. 985-989.
(31)  G. Dumézil, La Courtisane et les seigneurs colorés. Esquisses de mythologie, Paris, 1983.
(32)  Cfr. N. Oikonomides, Some Byzantine State Annuitants: Epi Tes (Megales) Hetaireias and
Epi Ton Barbaron, in "Byzantina Symmeikta", 14, 2001, pp. 9-28, che attraverso fonti materiali
ricostruisce l'origine dei cavalieri della guardia imperiale (Khazari, Magiari, arabi ecc.). Ma quei
cavalieri, poi, potevano essere considerati a loro volta dei semplici cavaliers o dei veri e propri
chevaliers? Si può azzardare qualche risposta usando, magari, opere come il Dighenis Akrites? E, se
potevano in qualche modo esser considerati chevaliers, da dove proveniva la loro chevalerie, da una
remota scaturigine ellenica o da reminiscenze e tradizioni provenienti dal deserto e dalla steppa? Giro
tali ardue questioni a Silvia Ronchey, a Tommaso Braccini, ad Antonio Carile, a Paolo Cesaretti e agli
altri valorosi colleghi bizantinisti, mestamente commentando che Alle radici della cavalleria medievale
non è stato nemmeno in grado d'impostarle correttamente e augurandomi che qualche giovane
ricercatore sia tentato di accettare la sfida. Comunque, sappiamo che i costumi cavallereschi penetrarono profondamente nella società e nella cultura bizantina,  specie dopo il fatidico 1204: cfr.
Romans de chevalerie du Moyen Âge grec, a cura di R. Bouchet, Paris, 2007.
(33)  Per i Kafiri/Kalasha, cfr. P. Di Carlo, I Kalasha dell'Hindu Kush, Firenze, 2010.
(34)  Cfr. per esempio l'ammirevole L'art des chevaliers en pays d'Islam. Collection de la
Furusyya Art Foundation, a cura di B. Mohamed, Milano, 2007.
(35)  Cfr. R. Boyer, Les Vikings. Histoire, mythes, dictionnnaire, Paris, 2008 (e, sul tema
specifico delle metamorfosi ferino-guerriere, C. Sighinolfi, I guerrieri-lupo nell'Europa arcaica,
Rimini, 2004); N. Francovich Onesti, Goti e Vandali. Dieci saggi di lingua e cultura altomedievale,
Roma, 2013.
(36)  Per esempio C. Renfrew, Archeologia e linguaggio, trad. it. Roma-Bari, 1992.
(37)  D.W. Anthony, The Orse, the Wheel and Language, Princeton, N.J., 2007; The Lost World
of Old Europe: The Danube Valley, 5000-3500 BC, a cura di D.W. Anthony e J.Y. Chi, Princeton, N.J.,
2009; The Vedas. Texts, Language and Ritual, Gröningen, 2004.
(38)  M. Alinei, Origini delle lingue d'Europa, 2 voll., Bologna, 1996-2000.
(39)  Che a quella battaglia, com'è noto, ha dedicato l'ottimo 9 agosto 378. Il giorno dei barbari,
Roma-Bari, 2005.
(40)  Il riferimento è ovviamente a H. White, Metahistory. The Historical Imagination in
19th-century Europe, Baltimore, Md., 1973; sul valore e le polemiche intorno a quest'opera non ci
soffermiamo e rinviamo piuttosto al recente H. Paul, Hayden White: The Historical Imagination, London, 2011.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Bibliografia.
...
.
...
Le "storie generali" della cavalleria, grandi e piccole, recenti e meno recenti (rimandiamo per
questo alla breve rassegna di F. Cardini, La tradizione cavalleresca nell'Occidente medievale. Un tema
di ricerca tra storia e "tentazioni" antropologiche, in "Quaderni medievali", 2, 1976, pp. 125-142),
sono tutte comprensibilmente evasive sul "problema delle origini", tralasciandolo o rifacendosi con
una certa ambiguità agli equites romani oppure ai guerrieri germani descritti da Tacito. Non troppo
aiuto ci viene in merito dalle storie della tecnica o da quelle militari, per le quali le origini della
cavalleria medievale sono un fatto geneticamente parlando assai meno oscuro, ma che la intendono
solo - e, dal loro punto di vista, ciò è peraltro corretto - come appunto fenomeno tecnico o militare.
Nella misura in cui la cavalleria medievale fu anche un movimento spirituale e addirittura, se si vuole, la forma assunta nell'Occidente medievale da una costante antropologica, la "società" di guerrieri, il ricorrere agli studi tecnico-militari sarà necessario, ma non sufficiente. Perciò è giocoforza, per gli studi moderni, comportarci come già s'è fatto per le fonti: fornire capitolo per capitolo qualche indicazione di massima su quanto ci è servito, da integrare con le indicazioni, più analitiche, delle note.
Ci auguriamo di trovar comprensione per le molte lacune nella sistematicità, nell'informazione e nell'aggiornamento: la vastità della materia, le difficoltà linguistiche e sovente la difficoltà di
procurarsi certe opere, specie le più recenti, le hanno rese inevitabili.


Capitolo primo.
Un sempre valido punto di partenza per lo studio dei Reitervölker è costituito ancor oggi dai
seguenti libri: T. Hampe, Die fahrenden Leute in der deutschen Vergangenheit, Leipzig, 1902; F.R.
Schröder, Altgermanische Kulturprobleme, Berlin-Leipzig, 1929; L. Schmidt, Geschichte der
deutschen Stämme - Die Ostgermanen, München, 19412. Inoltre si vedano: D.H. Gordon, Swords,
Rapiers and Horse-Riders, in "Antiquity", XXVII, 1953, pp. 67-68; W.H. McNeill, Europe's Steppe
Frontier, Chicago, 1964; J. Ternbach, Dark Ages and Nomads, Istanbul, 1964.
Il problema geto-daco-tracico è stato visto soprattutto come "preistoria" alla conquista romana
e solo negli ultimi tempi se n'è operato un recupero autonomo. Esempio della prima tendenza è il
classico V. Pârvan, Getica. Ô protoistorie a Daciei, Bucarest, 1926; si veda ora, invece, C. Daicoviciu,
Dacii, Bucarest, 1965. Quanto ai Traci, ci si limita a rinviare a J. Wiesner, Die Thraker, Stuttgart, 1963.
Assai ricca la bibliografia anche recente su Sciti e Sarmati, attorno ai quali è vivo l'interesse soprattutto
nell'ex Unione Sovietica. Fondamentali le ricerche archeologiche di S.I. Rudenko, Kulturnoe naselenie
gornovo Altaja v Skifskoe vremia, Moskvá, 1953; si vedano, poi, J. Harmatta, Studies on the History of
the Scythians, Budapest, 1950, e I.A.H. Potratz, Die Skythen in Südrussland, Basel, 1963. Purtroppo su
questi temi poco si pubblica in lingua italiana; un orientamento può comunque provenire da A.L.
Mongait, Civiltà scomparse. L'archeologia nell'U.R.S.S., trad. it. Roma, 1964. In particolare sui
Sarmati, T. Sulimirski, The Sarmatians, New York, 1970, e J. Harmatta, Studies in the History and
Language of the Sarmatians, Szeged, 1970.
Immensa la letteratura sui Germani, e quindi arduo l'orientarvisici. In questo capitolo ci
riferiamo, naturalmente, al periodo anteriore alle "invasioni". A parte le già citate opere generali dello
Schröder e dello Schmidt, si vedano i classici H. Müllenhoff, Deutsche Altertumskunde, 5 voll., Berlin,
1890-19292, Vorgeschichte der deutschen Stämme, a cura di H. Reinherth, Leipzig, 1940, e
Germanische Altertumskunde, a cura di H. Schneider, München, 19512. Un buon viatico
all'interpretazione della tacitiana Germania è, ancora, il non più recente R. Much, Die Germania des
Tacitus, Heidelberg, 1937. L'impatto celto-germanico è tuttora oggetto di polemiche nelle quali è
prudente non addentrarsi: basti il rinvio al criticatissimo, ma fondamentale, J. De Vries, Kelten und
Germanen, Bern, 1960, nonché a R. Hachmann, G. Kossack e H. Kuhn, Völker zwischen Germanen
und Kelten, Neumünster, 1962; per i Cimbri, B. Melin, Die Heimat der Kimbern, Uppsala, 1960. Molto
utile infine E.A. Thompson, Una cultura barbarica. I Germani, trad. it. Roma-Bari, 1976, che discute il
materiale archeologico e letterario relativo ai sistemi militari germanici.
Gran quantità di studi è stata dedicata ai Goti prima del loro spostamento verso l'Italia, la
Provenza e la Spagna. Fondamentali sono le dense pagine di P. Scardigli, Lingua e storia dei Goti,
Firenze, 1964; si veda ancora N. Wagner, Getica. Untersuchungen zum Leben des Jordanes und zur
frühen Geschichte der Goten, Berlin, 1967.
Quanto agli Unni, i progressi negli studi durante gli ultimi decenni rendono ormai superato il
peraltro spesso troppo generico R. Grousset, L'empire des steppes, Paris, 1939, che è pur un "classico"
della storiografia in materia. Sempre in tema di "classici", ben altri servizi possono invece essere
tuttora resi da F. Altheim, Attila und die Hunnen, Baden-Baden, 1951; si vedano, ancora: F. Altheim e
H.W. Haussig, Die Hunnen in Osteuropa, Baden-Baden, 1968, e soprattutto F. Altheim, Geschichte der
Hunnen, 5 voll., Berlin, 1959-62. Ma poiché le cause delle "invasioni" a Occidente stanno in Oriente,
gli Unni, per essere ben compresi, debbono esser guardati soprattutto da est. A questo punto è quasi
obbligatorio il rinvio a L. Halphen, Les origines asiatiques des grandes invasions, in "Revue belge de
philologie et d'histoire", II, 1923, pp. 453-460; utile riesce inoltre L.M. Gumilev, Gli Unni. Un impero
di nomadi antagonista dell'antica Cina, trad. it. Torino, 1972. Per il conflitto cinese-nomade si consulti
altresì O. Lattimore, Inner Asian Frontiers of China, New York, 1951. In generale, ora è indispensabile
O. Maenchen-Helfen, Die Welt der Hunnen, Wien-Köln-Graz, 1977.
Pochi accenni spettano qui alla Persia sasanide, della quale ci siamo occupati incidentalmente a
proposito della sua cavalleria e della sua tattica. Dal punto di vista tecnico le strutture militari sasanidi
andrebbero considerate nel più ampio contesto della facies culturale iranica, cioè nel suo rapporto con
la civiltà scito-sarmatica; più originale è semmai l'aspetto sociale di quelle strutture militari, la loro
funzione in ordine al feudalesimo sasanide. Ma tale problema nelle nostre pagine è appena sfiorato. Si
veda, a ogni buon conto e per primo orientamento, A. Christensen, L'Iran sous les Sasanides,
Copenhagen-Paris, 1936, certo assai invecchiato. Ben altro valore hanno F. Altheim e R. Stiehl, Asien
und Rom. Neue Urkunden aus sasanidischen Frühzeit, Tübingen, 1952, e F. Altheim, R. Stiehl e R.
Göbl, Ein asiatischer Staat. Feudalismus bei den Sasaniden und ihren Nachbaren, I, Wiesbaden, 1954.
Si veda per i primi Sasanidi V.G. Luckonin, Iran v epochu pervych Sasanidov, Leningrad, 1961; per
un'informazione sommaria R.N. Frye, The Heritage of Persia, London, 1962, nonché J. Gagé, La
montée des Sasanides, Paris, 1964. Il vol. III della Cambridge History of Iran, annunziato, non è ancora
uscito mentre scriviamo. Sulle armi e armature antiche in genere rimandiamo ai lavori di un celebre
specialista, O. Gamber, del quale ricordiamo soprattutto: Grundriss einer Geschichte der Schutzwaffen
des Altertums, in "Jahrbuch der Kunsthistorischen Sammlungen in Wien", LXII, 1966, Sonderheft 201;
Kataphrakten, Clibanarien, Normannenreiter, ibidem, LXIV, 1968, Sonderheft 209, The Origin of
Orientai Armour, in International Association of Museums of Arms and Military History. VIII
Congress, Warszawa-Kraków, 1978, pp. 55-60; Waffe und Rüstung Eurasiens, I: Frühzeit und Antike,
Braunschweig, 1978.
Quanto al cavallo da sella, a livello generale si possono registrare solo alcune notizie utili per lo
storico: il resto della letteratura riguarda più da vicino (ma uno storico dovrebbe pur conoscere anche
queste cose) lo zoologo, il veterinario, l'allevatore. Un panorama di massima in L. Gianoli, Il cavallo e
l'uomo, Milano, 1967, e A. Dent, Il cavallo attraverso cinquanta secoli di civiltà, trad. it. Milano,
1974. Il ruolo del cavallo nel problema più ampio del rapporto fra uomo e animale è esaminato in R.
Thévenin, Origines des animaux domestiques, Paris, 1947, e Morus (R. Lewinsohn), Gli animali nella
storia della civiltà, nuova ed., trad. it. Milano, 1973. Per gli inizi dell'allevamento equino, qualche
servizio potrà ancora esser reso da libri vetusti, quali C.A. Pietrement, Les origines du cheval
domestique, Paris, 1870; Id., Le cheval dans les temps préhistoriques et historiques, Paris, 1883; W.
Ridgeway, The Origin and Influence of the Thoroughbred Horse, Cambridge, 1893; ma oggi si deve
soprattutto tener presente F. Hancar, Das Pferd in prähistorischer und früher historischer Zeit,
München, 1956, con la relativa ricca bibliografia. A livello comparativistico, utile W.P. Yetts, The
Horse, a Factor in Early Chinese History, in "Eurasia septemtrionalis antiqua", IX, 1934. Per un
discorso critico su questo tema valgono le considerazioni critiche di B.B. Simpson, Horses and History,
in "Natural-History", XXVIII, 1936. Ma vedasi anche la bibliografia da noi fornita qui ai capitoli II e VIII.
Venendo al periodo che qui c'interessa, sono da utilizzare: J. von Negelein, Das Pferd im
arischen Altertum, Königsberg, 1903, che sarà da confrontare con E. Raucq, Contribution à la
linguistique des noms d'animaux en indo-européen, Anvers, 1939; B. Lundholm, Abstammung und
Domestikation des Hauspferdes, Uppsala, 1947; J.P. Dupuy, Le cheval dans l'antiquité, Toulouse,
1960; soprattutto P. Vigneron, Le cheval dans l'antiquité gréco-romaine, 2 voll., Nancy, 1968; A.
Azzaroli, Il cavallo nella storia antica, Milano, 1975. La "cultura del cavallo" presso i Reitervölker è
esaminata da E. Sereni, La circolazione etnica e culturale nella steppa asiatica. Le tecniche e la
nomenclatura del cavallo, in "Studi storici", VIII, 1967, pp. 455-533.
Problema fondamentale, violentemente dibattuto, è quello della bardatura del cavallo. Dovremo
tornarci sopra, perché l'atto che è abitualmente considerato come suggellante la bardatura completa e la
nascita del cavaliere medievale, cioè l'adozione certa della staffa e del ferro di cavallo, non si compie
perfettamente nell'ovest europeo prima del decimo secolo. Limitiamoci per adesso a dare indicazioni
generali, che per i finimenti da testa, il morso e simili dovranno soprattutto orientarsi ormai sul libro di
J.A.H. Potratz, Die Pferdetrensen des alten Orient, Roma, 1966. Ma per il resto - soprattutto la staffa e
il ferro di cavallo - esse possono partire da quel R. Lefebvre des Noëttes, L'attelage, le cheval de selle
à travers les âges. Contribution à l'histoire de l'esclavage, 2 voll., Paris, 1931, che è un benemerito in
queste ricerche e cui Marc Bloch ha procurato una meritata fama. Non che abbia risolto tutti i problemi,
però: Bloch se la prendeva con il suo metodo un tantino dilettantesco; e la sua idea fondamentale, che
cioè i Romani non conoscessero per nulla la ferratura degli zoccoli, è stata oggetto di grande
avversione, anche se oggi sembra aver trionfato. Si veda per questo G. Ward, The Iron Age Horseshoes
and its Derivative, in "The Antiquaries Journal", XXI, 1941, pp. 3 ss. Quanto all'altra pietra dello
scandalo, la staffa, l'idea della sua diffusione in Occidente per tramite scitico, difesa da W.W. Arendt,
Sur l'apparition de l'étrier chez les Scythes, in "Eurasia septentrionalis antiqua", IX, 1934, pp.
206-208, oggi è fieramente avversata. Utile si presenta A.D.H. Bivar, The Stirrup and its Origins, in
"Oriental Art", n.s., I, 1955; la discussione sull'argomento si può vedere in L. White jr., Tecnica e
società nel medioevo, trad. it. Milano, 1967, pp. 13-79. Resta viceversa abbastanza superficiale e
generico il panorama dedicato a L'arte del cavalcare in Storia della tecnologia, II, Il Medioevo, a cura
di C. Singer, E.J. Holmyard, A.R. Hall e T.I. Williams, trad. it. Milano, 1962, pp. 563-570. In un
ambito ristretto, interessante F.D. Allevi, Per una valutazione del cavallo tra l'Alto e il Basso
Medioevo nelle Marche, in AA.VV., La società rurale marchigiana dal medioevo al Novecento, I,
Ancona, 1976, pp. 51-117.
Capitolo secondo
Una ricerca sul significato mitico-religioso del cavallo non può non impostarsi in un ambito
comparativistico. Si dovrà dunque ricorrere per cominciare a S. Reinach, Cultes, mythes et religions, 5
voll., Paris, 1905-12; J. Frazer, Il ramo d'oro trad. it. Torino, 1964; M. Eliade, Trattato di storia delle
religioni, trad. it. Torino, 19722. Il vecchio libro di J. Mähli, Die Sonnenhelden der Mythologie, Basel,
1890, può offrire utile materiale, come anche - per il viaggio all'oltretomba, legato ai culti solari - J.
Monnier, La vie après la mort. Étude de pensée religieuse d'art et de littérature, Paris, 1905. Più in
particolare, per il cavallo, sono utili M.O. Howey, The Horse in Magic and Myth, London, 1923, e A.
Varagnac, Note sur le folklore et les cultes du cheval, in "Revue du folklore français", VI, 1935. Poco
si può invece ricavare, ai fini del nostro studio, da A. Corradi, Considerazioni in merito al simbolismo
del cavallo, Genova, 1970. Utile la voce Horse in Encyclopaedia for Religion and Ethics, I, pp.
519-520. Fondamentale G. Durand, Le strutture antropologiche dell'immaginario, trad. it. Bari, 1972.
Il problema del rapporto mitico-religioso tra uomo e cavallo presso gli Indoeuropei e i popoli delle
steppe eurasiatiche (non si sottolineerà mai abbastanza il loro legame: cfr. P. Laviosa-Zambotti, Le più
antiche civiltà nordiche ed il problema degli Indoeuropei e degli Ugro-finni, Messina-Milano, 1941),
che per un verso è storico, per l'altro etnologico, può ancora partire dallo studio del Wiesner, Fahrende
und reitende Götter, in "Archiv für Religionswissenschaft", XXXVII, 1941-42, la cui contrapposizione
tra popoli "a cavallo" e popoli "sul carro da guerra" è schematica e non tiene sufficiente conto
dell'evoluzione storica dei costumi: in quanto tale, sa di morfologico e d'invecchiato. Continuano a
essere indispensabili Howey, The Horse in Magic and Myth, cit., e G. Dumézil, Le problème des
centaures, Paris, 1929, le cui affascinanti tesi tornano anche in altre sue opere. Sul sacrificio equino,
W. Koppers, Pferdeopfer und Pferdekult der Indogermanen, in "Wiener Beiträge zur Kulturgeschichte
und Linguistik", IV, 1936, pp. 279-412. Per la cultura sciamanica resta fondamentale M. Eliade, Lo
sciamanesimo e le tecniche dell'estasi, nuova ed., trad. it. Roma, 1974.
L'Europa rimane ormai la patria d'adozione del ciclo culturale legato al cavallo: vedasi C.
Hermes, Der Zug des gezähmten Pferdes durch Europa, in "Anthropos", XXXII, 1937, pp. 105-146.
La civiltà ellenica viene per questo verso lumeggiata da L. Malten, Das Pferd im Totenglauben, in
"Jahrbuch des K. Deutschen Archäologischen Instituts", XXDC, 1914, pp. 179-225; per l'età omerica
da É. Delebecque, Le cheval dans l'Iliade, Paris, 1951; per il culto connesso a Dioniso - ma in realtà
per tutta la religione ellenica - H. Jeanmaire, Dioniso. Religione e cultura in Grecia, trad. it. Torino,
1972. In generale, M. Lochbrunner, Il mito del cavallo bianco, in "Conoscenza religiosa",
aprile-giugno, 1977, pp. 140 ss.
Per il dio-cavaliere trace, G.I. Kazarow, Die Denkmäler des thrakischen Reitergottes in
Bulgarien, Leipzig, 1938; per i "cavalieri danubiani", D. Tudor, I cavalieri danubiani, Roma, 1937, e
F. Cumont, Les "cavaliers danubiens", in "Revue archéologique", s. VI, vol. XII, 1938, pp. 67-70.
Esiste un Corpus Cultus Equitis Thracii, il cui IV volume, a cura di N. Hampartumian, è stato edito a
Leiden nel 1979. Quanto all'antica religione romana, si ricorra a G. Dumézil, Jupiter, Mars, Quirinus,
trad. it. Torino, 1955, Id., La religione romana arcaica, trad. it. Milano, 1977. Per i Germani, Id.,
Mythes et dieux des Germaines, Paris, 1939, e Id., Gli dèi dei Germani, trad. it. Milano, 1974.
Il primitivo costume funerario celtico includeva il carro da guerra: R. Joffroy, Le sépultures à
char du premier âge du fer en France, Paris, 1958. Sulla specifica mitologia equina celtica, dopo
l'invecchiato H. Hubert, Le mythe d'Epona, in AA.VV., Mélanges linguistiques offerts à M. J.
Vendryes par ses amis et ses élèves, Paris, 1925, pp. 185-198, disponiamo adesso dei tre studi di F.
Benoît, Les mythes de l'outre-tombe. Le cavalier à l'anguipède et l'écuyère Epona, Bruxelles, 1950;
Id., L'héroïsation equestre, Gap, 1954; Id., Mars et Mercure. Nouvelles recherches sur l'interprétation
gauloise des divinités romaines, Aix-en-Provence, 1959. Sono studi che inseriscono i miti celtici nel
più ampio contesto euro-mediterraneo. Si veda altresì: M. Bell, Druidi, eroi, centauri, trad. it. Milano,
1962, divulgativo.
Ricco di questi precedenti e corroborato da una folta simbologia biblica, il cavallo ha fatto il
suo ingresso anche nella religione cristiana, mantenendovi e anzi approfondendovi la divergenza (che
tale è nel complesso religioso cristiano) urano-ctonia. Si vedano i due articoli di H. Leclercq, Cavaliere
e Cheval, in Dictionnaire d'archéologie chrétienne et de liturgie, rispettivamente II, 2, coll. 2690 ss. e
III, 1, coll. 1286 ss. Presente nella letteratura e nell'iconografia agiografiche, esso vi gioca il ruolo ora
di aiutante del santo, ora di suo antagonista diabolico: cfr. J. Bernhardt, Heilige und Tiere, München,
1937, e W. von Blankenburg, Heilige und dämonische Tiere, Leipzig, 1943. Un'utile raccolta di fonti si
ha in A. Mayer, Dos mantische Pferd in lateinischen Texten des Mittelalters, in AA.VV., "Liber
Floridus". Mittelalterliche Studien, St. Ottilien, 1950, pp. 132-151. Molto utile anche W. von den
Steinen, Altchristlichmittelalterliche Tiersymbolik, in "Symbolon", IV, 1964, pp. 218-243, prezioso per
orientarsi per quanto non dedichi attenzione particolare al cavallo. Sul piano folklorico, cfr. A. Van
Gennep, Notes comparatives sur le cheval-jupon, Paris-Toulouse, 1945, e J.-C. Schmitt, "Jeunes" et
danse des chevaux de bois. Le folklore méridional dans la littérature des "exempla" (XIIIe-XIVe
siècles), in AA.VV., La religion populaire en Languedoc de XIIIe à la moitié de XIVe siècle, Toulouse,
1976, pp. 127-158.
Che la metallurgia romana fosse nel complesso meno progredita di quella celto-germanica pare
ormai sicuro, nonostante qualche residuo parere contrario: si trattava peraltro di due modi di
produzione assai diversi fra loro. L'abilità dei fabbri germanici ci viene riferita dalle saghe: ma per gli
uomini di poca fede, che non credono negli antichi miti, ecco pronte a convincerli le ricerche degli
storici della tecnica, le indagini metallografiche. La scuola di Nancy è all'avanguardia in questo
specifico campo.
Ma, prima di passare alla tecnica, vediamo brevemente il mito. Il discorso sulla mitologia sacra
deve per forza cominciare da quello sul fuoco. Cfr. A. Kuhn, Die Mythen von der Herabholung des
Feuers bei den Indogermanen, Berlin, 1858: C.M. Edsman, Le baptême du feu, Uppsala, 1940; Id.,
Ignis divinus. Les feu comme moyen de rajeunissement et d'immortalité: contes, mythes et rites, Lund,
1949. Sul fabbro "classico" Efesto, si veda M. Delcourt, Héphaistos, ou la légende du magicien, Liège,
1957. Dopo l'ormai superato J.-P. Rossignol, Les métaux dans l'antiquité. Origines religieuses de la
métallurgie, Paris, 1863, si può vedere G. Cozzo, Le origini della metallurgia. I metalli e gli dei,
Roma, 1945, e soprattutto gli studi di M. Eliade, Metallurgy, Magic and Alchemy, in "Zalmoxis", I,
1938, pp. 85-129, ripresi in Id., Il mito dell'alchimia, trad. it. Roma, 1968.
Il mito più significativo a proposito del fabbro è in area germanica quello di Wieland. Cfr. F.
Michel, Véland le forgeron, dissertation sur une tradition du moyen-âge, Paris, 1833; W. Golther, Die
Wielandsage und die Wanderung der fränkischen Heldensage, in "Germania. Vierteljahrschrift für
deutsche Altertumskunde", XXXIV, 1889, pp. 449-460; alla celebre saga di Wieland aveva già dato
spazio C.A. Bernouilli, Die Heiligen der Merowinger, Tübingen, 1900, p. 203; per la sua tradizione
medievale cfr. A. Thomas, La mention de Waland le Forgeron dans la chronique d'Adémar de
Chabannes, in "Romania", XXIX, 1900, pp. 259-262. Ora si veda anche J.B.T. Christie, Reflexions on
the Legend of Wayland the Smith, in "Folklore", LXXX, 1969, pp. 286-294. Alla sfera
magico-religiosa appartiene l'uso di incidere nomi e parole sulle lame delle spade, uso com'è noto
continuato in epoca cristiana, per il quale si rimanda a J. Schwietering, Nameninschriften auf
mittelalterlichen Schwertklingen, in "Zeitschrift für historische Waffenkunde", VIII, 1918, pp. 28-29.
Quel ch'è oggi più interessante, in quest'ordine di problemi, è il rapporto tra strutture mentali e
strutture materiali. La messa a punto metodologica è in un articolo di M. Bloch, Les transformations
des techniques comme problème de psychologie collective, in "Journal de Psychologie normale et
pathologique", XLI, gennaio-marzo, 1948, pp. 104-115, ripubbl. in Mélanges historiques, II, Paris,
1963, pp. 791-799. Sempre fondamentale L. Beck, Geschichte des Eisens in technischer und
kulturgeschichtlicher Beziehung, 5 voll., Braunschweig, 1890-1903; viceversa ebbe forse un successo
superiore ai suoi meriti T.A. Rickard, L'homme et les métaux, trad. fr. Paris, 1938. Un modello di
ricerca, nel senso che qui interessa, ci pare N.R.E. Davidson, The Sword in Anglo-Saxon England,
Oxford, 1962, che studia la spada anglosassone dal punto di vista tecnico, rilevandone i dati di
fabbricazione, ma anche dal punto di vista "ideologico", rilevandone l'importanza non solo come arma
efficiente, ma anche come segno di distinzione. Nella medesima direzione è utile J. Werner,
Bewaffnung und Waffenbeigabe in der Merowingerzeit, in AA.VV., Ordinamenti militari in Occidente
nell'Alto Medioevo (in "Settimane di Spoleto", XV), I, Spoleto, 1968, pp. 95-108, il quale fornisce dati
archeologici aggiornati sulle armi come corredo nelle sepolture germaniche fra V e VII secolo,
insistendo sulle caratteristiche tecniche così come sulla loro presenza nelle tombe in rapporto alla
condizione sociale degli inumati e alle credenze religiose relative.
La letteratura di storia della tecnica, nell'ultimo mezzo secolo, si è straordinariamente
arricchita. Non si può ancora dimenticare, ma è ormai molto superato, il celebre F.M. Feldhaus, Die
Technik derAntike und des Mittelalters, nuova ed., Potsdam, 1931. Superata, soprattutto, la tesi della
"stazionarietà" della tecnica durante il medioevo, tesi ch'era ancora sostenuta come verità
incontrovertibile da A. Vierendel, Esquisse d'une histoire de la technique, 2 voll., Louvain, 1921, e che
fu combattuta con il vigore e il successo noti ormai a tutti dall'equipe delle "Annales". Oggi
disponiamo di strumenti di consultazione cui far tranquillamente capo, quali Storia della tecnologia, a
cura di Singer et al., cit., II. Nel 1962 veniva edita in Mosca, a cura dell'Accademia sovietica delle
scienze, una storia della tecnica che in Occidente è diffusa nella sua versione tedesca (AA.VV.,
Geschichte der Technik, a cura di A.A. Sworykin, N.I. Osmowa, W.I. Tschernischew e S.W.
Schuschardin, Leipzig, 1964). Abbiamo poi la fondamentale AA.VV., Histoire générale des
techniques, 3 voll., Paris, 1962-68, il cui vol. I riguarda il medioevo. Tutte queste opere danno rilievo al
problema delle miniere, delle fucine, dell'armamento ecc.
Quanto più specificamente a metallurgia, siderurgia, metallografia e così via, ci limitiamo a
qualche rinvio. Molte notizie sono in F.-J. Liger, La ferronnerie ancienne et moderne, 2 voll., Paris,
1875; si può ancor citare, nonostante la vetustà, L. Guillet, L'évolution de la métallurgie, Paris, 1928;
un esempio delle prospettive aperte da una storiografia di nuovo tipo si riscontra in R. Sprandel, La
production du fer au moyen-âge, in "Annales", II, 1946, pp. 305-321; né è da lasciare da canto R.J.
Forbes, Metallurgy in Antiquity, Leiden, 1950; la sintesi di un lento, denso ordine di cognizioni
acquisite è riscontrabile in J.U. Nef, Mining and Metallurgy in Medieval Civilisation, in The
Cambridge Economic History of Europe, II, Cambridge, 1952, pp. 429-492, 561-567. Si andava
frattanto delineando, grazie soprattutto ad A. France-Lanord e a É. Salin, un centro di densa attività
scientifica i cui risultati sono visibili nelle annate della "Revue de métallurgie" e, dal 1960, della
"Revue d'histoire de la sidérurgie". Il centro di Nancy per lo studio del ferro ha servito da esempio a
tutta una serie di ricerche: paradigmatico lo studio appunto di É. Salin e A. France-Lanord, Rhin et
Orient. Le fer à l'époque mérovingienne, Paris, 1943, che contiene notevoli osservazioni sulla
superiorità della produzione "barbarica" rispetto a quella romana, sulla forma delle armi, sui sistemi di
lavorazione, sui prezzi. Questi a nostro avviso i contributi recenti più notevoli: A. France-Lanord, Les
techniques métallurgiques appliquées à l'archéologie, in "Revue de metallurgie", XLIX, 1952, pp.
411-422; É. Salin, Sur les techniques de la métallurgie du fer de la préhistoire au Haut Moyen Âge, in
AA.VV., Le fer à travers les âges, Nancy, 1956, pp. 27-43; AA.VV., Studien zu den Anfängen der
Metallurgie, Berlin, 1960-; S.C. Smith, A History ofMetallography, Chicago, 1960; R. Pleiner,
Anciennes techniques de forge en Europe, Prague, 1961; A.P. Tylecote, Metallurgy in Antiquity,
London, 1962; Id., Le développement des techniques sidérurgiques en Grande Bretagne, in "Revue
d'histoire de la sidérurgie", VII, 1966, pp. 87-112; B. Gille, L'organisation de la production du fer au
moyen-âge, in "Revue d'histoire de la sidérurgie", IX, 1968, pp. 95-121; Id., Les problèmes de la
technique minière au moyen-âge, in "Revue d'histoire des mines et de la métallurgie", I, 1969, pp.
279-297; Id., L'évolution de la technique sidérurgienne, ibidem, II, 1970, pp. 121-226; P.-L. Pelet, Une
industrie millénaire: la sidérurgie de Jura vaudois, in "Annales E.S.C.", XXIX, 1974, pp. 789-812. In
senso generale, molto importante M. Lombard, Études d'économie médiévale, II: Les métaux dans
l'ancien monde du Ve au XIe siècle, Paris-La Haye, 1974. Per la metallurgia cfr. anche AA.VV., Le fer
dans le Proche-Orient antique, Leiden, 1973.
In particolare quanto alla fabbricazione delle armi, soprattutto delle spade, si possono forse
accantonare ormai A. Demmin, Die Kriegswaffen in ihren geschichtlichen Entwicklungen von den
ältesten Zeiten bis auf die Gegenwart, 2 voll., Leipzig-Wiesbaden, 1893-96, e M. Jahn, Die
Bewaffnung der Germanen in der älteren Eisenzeit, etwa von 700 v. Chr. bis 200 n. Chr., Würzburg,
1916, che restano pur sempre da tener presenti se non altro per l'ampiezza della ricerca. J.
Schwietering, Zar Geschichte des Schwerteides, in "Zeitschrift für historische Waffenkunde", VIII,
1918, pp. 209-211, e A. Zeki-Validi, Die Schwerter der Germanen, in "Zeitschrift der deutschen
morgenländischen Gesellschaft", 1936, pp. 19 ss., hanno il merito di utilizzare parecchie fonti poco
note.
Si vedano inoltre: E. Behmer, Das zweischneidige Schwert der germanischen
Völkerwanderungszeit, Stockholm, 1939; J.F.C. Fuller, L'influence de l'armement sur l'histoire, Paris,
1948; C. Panseri, Ricerche metallografiche, sopra una spada da guerra del XII secolo, in "Documenti
e contributi per la storia della metallurgia", I, 1954, pp. 5-33; AA.VV., La tecnica di fabbricazione
delle lame di acciaio presso gli antichi, Milano, 1957; A. France-Lanord, La fabrication des épées de
fer gauloises, in "Revue d'histoire de la sidérurgie", V, 1964, pp. 315-327. Solo notizie generali si
ricavano da pubblicazioni quali V. Horman, Armi e armature, trad. it. Milano, 1967. Si veda sul piano
tecnico-storiografico L.G. Boccia, Il punto sugli studi di armi antiche, in "Archeologia Medievale",
IV, 1977, pp. 276-280.
Capitolo terzo
La guerra nel suo complesso, come fenomeno diffuso nelle varie culture e non più secondo i
vecchi canoni evoluzionistici della Militärgeschichte, ha attirato e attira da tutto il nostro secolo
l'attenzione degli studiosi. Sono buoni punti di partenza le voci di S.A.B. Mercier, War, in
Enciclopaedia of Religion and Ethics, XII, pp. 675-704, e di A.M. Di Nola, Guerra, in Enciclopedia
delle religioni, III, pp. 686-694. Si vedano inoltre gli studi di A.J. Toynbee, che è tornato più volte sul
problema (Nationality and War, London, 1915; War and Civilisation, Oxford, s.d.), J.M. Robertson,
War and Civilisation, London, 1916; M.R. Davie, La guerre dans les sociétés primitives. Son rôle et
son évolution, trad. fr. Paris, 1931; A.M. Hocart, Le progrès de l'homme, Paris, 1935, part. pp. 188, 319
ss., per la sacralità e ritualità della guerra; J. Ullrich, La guerre à travers les âges, trad. fr. Paris, 1942;
si vedano altresì J.U. Nef, La guerre et le progrès humain, Paris, 1954, e il divulgativo R.A. Preston e
S.F. Wise, Storia sociale della guerra, trad. it. Milano, 1973. Fino a qualche decennio fa la tendenza
era lo studiare la guerra - e il suo complementare, la pace - dal punto di vista prevalentemente
storico-giuridico (G. Del Vecchio, Studi su la guerra e la pace, Milano, 1959; P. Bierzanek, Sur les
origines de la guerre et de la paix, in "Revue historique de droit français et étranger", IVe s., vol.
XXXVII, 1960, pp. 83-123). Oggi l'interesse principale è volto invece a inquadrare la guerra e la pace
nello studio delle scienze umane. In questo senso possono essere quanto mai stimolanti, anche se non
specifiche, le osservazioni di A. Varagnac, Civilisation traditionnelle et genre de vie, Paris, 1948, e di
E. Volhard, Il cannibalismo, trad. it. Torino, 1949, part. pp. 461-464 sui rapporti fra guerra e
cannibalismo. Fondamentali soprattutto i saggi di J. Poirier, Esquisse d'une ethno-sociologie de la
guerre et de la paix dans les sociétés archaïques, in AA.VV., La paix (in "Recueils de la Société Jean
Bodin pour l'histoire comparative des institutions", XIV), I, Bruxelles, 1961, pp. 77-98, e di J.P.
Charnay, Stratégie et religion, in "Archives de sociologie des religions", XXX, 1970, pp. 59-69. Gli
esiti propriamente tradizionalistici della visione della guerra, già teorizzati in una celebre pagina del De
Maistre (J. De Maistre, Le serate di Pietroburgo, trad. it. Milano, 1971, pp. 375-411), sono stati
delineati nel capitolo dedicato a La guerra e la pace di R. Guénon, Il simbolismo della croce, trad. it.
Torino, 1964; ma le intuizioni del grande esoterista non sono state seguite da seri approfondimenti, e
poco nella prospettiva che ci riguarda si può ricavare dalla pur tanto stimolante lettura di S. Panunzio,
Sacralità della guerra e suo rito di espiazione cosmica, in "L'Ultima", quad. 66, 1952, pp. 51-69.
Rivelatrici, invece, le poche pagine dedicate al problema da A. Mordini, Verità del linguaggio, Roma,
1974, pp. 249-252. La guerra come fenomeno sacrale, e pertanto il problema così tipicamente
contemporaneo della "dissacrazione" di essa, è stato affrontato da una nuova branca della sociologia, la
polemologia. Ricordiamo: G. Bouthoul, Le guerre. Elementi di polemologia, trad. it. Milano, 1961, che
è uno dei libri più noti sull'argomento, e I.L. Horowitz, Il gioco della guerra, trad. it. Milano, 1967;
ancora di G. Bouthoul, L'infanticidio differito, trad. it. Milano, 1972, che costituisce la base teorica
della polemologia. Cfr., ancora, Id., La pace. Tra storia e utopia, trad. it. Roma, 1976. I rapporti fra la
guerra e la sfera psichica dell'uomo sono stati oggetto di studi (R. Ardrey, L'istinto di uccidere, trad. it.
Milano, 1967; J. Guitton, Pensiero e guerra, trad. it. Torino, 1970; A. Mitscherlich, L'idea di pace e
l'aggressività umana, trad. it. Firenze, 1972), condotti da prospettive e da punti di vista diversi, tutti
comunque riallacciantisi al problema della guerra come rito sacrale, di espiazione e purificazione
individuale e cosmica: cfr. per questo anche A. Strachey, The Unconscious Motives of War, London,
1957; M.N. Walsh, Psychoanalytic Studies on War, Philadelphia, 1962 (che interpreta le guerre
moderne come riproduzione nelle nostre culture di riti iniziatici), e F. Fornari, Dissacrazione della
guerra, Milano, 1969.
Alla guerra e ai guerrieri sul piano dello studio comparativistico delle società indoeuropee si è
dedicato a più riprese G. Dumézil, del quale ricordiamo: Aspects de la fonction guerrière chez les
Indo-Européens, Paris-Vendôme, 1956, e Ventura e sventura del guerriero, trad. it. Torino, 1974.
Vastissima la letteratura relativa alla cultura germanica della guerra: segnaliamo M. Falk, Altnordische
Waffenkunde, Kristiania, 1914; G. Neckel, Die kriegerische Kultur der heidnischen Germanen, VII,
1915; H. Conrad, Geschichte der deutschen Wehrverfassung, I, München, 1939, part. pp. 56 ss., sul
carattere sacrale della guerra; M. Pensa, L'uomo del Nord, Bologna, 19622, con interessanti
osservazioni sulla guerra nel sistema etico germanico. Un'intelligente sintesi di questi problemi è in G.
Fasoli, Pace e guerra nell'Alto Medioevo, in Scritti di storia medievale, Bologna, 1974, pp. 79-104. Su
questo e altri aspetti della cultura germanica si legga P. Scardigli, I Germani come problema storico, in
AA.VV., Ricerche storiche ed economiche in memoria di C. Barbagallo, II, Napoli, 1970, pp. 27-50.
Un aspetto particolare della guerra nell'antichità germanica e nel medioevo, nonché della sua natura
sacrale e della sua utilizzazione sul piano magico-giuridico, è il "giudizio di Dio", su cui esiste
naturalmente una bibliografia molto vasta. Ricordiamo alcune opere: F. Patetta, Le ordalie, Torino,
1890; E. Lea, Forma e superstizione ossia compurgazione legale, duello giudiziario, ordalia e tortura,
trad. it. Piacenza, 1910; P. Fournier, Quelques observations sur l'histoire des ordalies au moyen-âge, in
AA.VV., Mélanges Gustave Glotz, II, Paris, 1932, pp. 367-376; H. Kantorowicz, "De Pugna". La
letteratura longobardistica sul duello giudiziario, in AA.VV., Studi di storia e diritto in onore di
Enrico Besta, II, Milano, 1939, pp. 1-25; K.G. Cram, Iudicium belli: zum Rechtscharakter des Kriegs
im deutschen Mittelalter, Münster-Köln, 1955.
Sui "guerrieri-belva" un anche elementare avvio di bibliografia sarebbe arduo, tanto più che si
entrerebbe nel problema delle iniziazioni, che ci riserviamo di trattare in futuro, quando affronteremo il
tema degli addobbamenti. Citiamo comunque O. Höfler, Kultische Geheimbünde der Germanen,
Frankfurt a.M., 1934; Id., Berserker, in Reallexikon der germanischen Altertumskunde, diretto da J.
Hoops, II, s.v., che possono introdurre la questione; così come H. Webster, Le società segrete, trad. it.
Bologna, 1922; un grande aiuto per l'inquadramento della questione può provenire da H.R. Ellis,
Gjalti. A Study of Battlepanic in Old-Norse Literature, s.l., 1944. Ai berserkir ha dedicato un saggio H.
Kuhn, Kämpen und Berserker, in AA.VV., Frühmittelalterliche Studien, a cura di K. Hauck, Berlin,
1968, pp. 218-227. Nella misura in cui il problema delle società militari iniziatiche è riportabile a
quello più generale delle classi d'età, si vedano H. Schurtz, Alterklassen und Männerbünde, Berlin,
1902, e A. Hofmeister, Puer, iuvenis, senex. Zum Verständnis der mittelalterlichen
Alterbezeichnungen, in AA.VV., Papsttum und Kaisertum, München, 1926, pp. 287-316.
Considerazioni importanti si potrebbero fare sul rapporto fra guerriero e gruppo nella direzione
analogica rispetto a quello fra individuo e branco a livello etologico: un grande studioso, Konrad
Lorenz, ha rilevato che quanto più l'animale è in grado di uccidere, tanto più è forte l'inibizione che gli
impedisce di uccidere un membro della sua specie (K. Lorenz, Il cosiddetto male, nuova ed., trad. it.
Milano, 1974). Ancora sui rapporti fra uomo e animale, importante F. Ceccarelli, Il tabù dell'incesto,
Torino, 1978.
Quanto al tema specifico del comitatus, non si può naturalmente prescindere da quel che se n'è
detto in sede di studi relativi alla genesi del feudalesimo. Qui ci limitiamo a citare solo qualcosa che
serva a meglio vedere il carattere etico-militare di tale istituzione: N. Tamassia, I celeres, in "Archivio
giuridico", XXXIX, 1887, pp. 310-341; A. Aakjaer, Old Danish Thegns and Drengs, in "Acta
philologica Scandinavica", II, 1927, pp. 1-30; L. Weister, Altgermanische Jünglingsweihen und
Männerbünde, Bühl, 1927; H. Kuhn, Die Grenzen der germanischen Gefolgschaft, in "Zeitschrift der
Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte", Germ. Abt., LXXII, 1956, pp. 1-83; F. Graus, Über die
sogenannte germanische Treue, in "Historica", I, 1959, pp. 71-121; C.W. Hollister, recensione all'ed.
1961 dell'Anglo-Saxon Chronicle a cura di D. Whitelock, D.C. Douglas e S.I. Tracker, in "Speculum",
XXXVII, 1962, pp. 665-667, che contiene parecchie interessanti osservazioni sul lidh come forma del
comitatus anglosassone e della spedizione militare, anche marittima. Sulla solidarietà interna al
comitatus e sulla "fratellanza rituale", le basi adatte ad impostare il discorso tenendo conto di un
panorama più generale, di tipo storico-sociologico, sono indicate nei saggi di J. Dhondt, Les
"Solidarités" médiévales, in "Annales E.S.C.", XII, 1957, pp. 529-560 (limitato però alla Fiandra del
1127-1128), e di R. Aubenas, Réflexions sur les "fraternités artificielles" au Moyen Âge, in AA.VV.,
Etudes historiques à la mémoire de Noël Didier, Paris, 1960, pp. 1-10. Il fenomeno dell'affratellamento
per mezzo del rito della commixtio sanguinis è stato naturalmente obiettivo di dotte ricerche e di vive
curiosità. Già N. Tamassia, L'affratellamento, Torino, 1886, pp. 12-21 e 31, si è dedicato alla
cerimonia della mescolanza del sangue; H.C. Thrunbull, Blood Covenant, Philadelphia, 1893, ha
esaminato, pp. 3-12, i rapporti fra patto di sangue e iniziazione guerriera; più specifico M.H. Keen,
Brotherhood in Arms, in "History", XLVII, 1962, pp. 1-17.
Capitolo quarto
Per questo e il prossimo capitolo, sono importanti i volumi Romanobarbarica, editi a Roma per i tipi di Herder.
Quello della barbarizzazione dell'esercito romano è solo uno dei tanti problemi di storia
socio-militare dell'impero: lo si veda, in compagnia degli altri, leggendo quanto osserva G. Forni,
Esperienze militari nel mondo romano, in AA.VV., Nuove questioni di storia antica, Milano, 1969, pp.
815-885. Ora è utile anche la sintesi di M. Grant, The Army of the Caesars, London, 1974. Non c'è
dubbio che il fenomeno fondamentale e caratteristico della crisi nell'esercito bassoimperiale, dal punto
di vista che in questa sede ci riguarda, sia stata la caduta d'importanza della fanteria e il corrispettivo
crescere della cavalleria (il che è lucidamente espresso da G. Giannelli e S. Mazzarino, Trattato di
storia romana, II, Roma, 1956): ciò modificò profondamente le condizioni d'arruolamento e costrinse
Roma a dar sempre maggior spazio ai "barbari" nel suo esercito. Naturalmente questo problema non va
studiato nei limiti troppo settorialmente tecnici d'una certa Militärgeschichte tendente a spiegare le
modificazioni delle strutture militari con se stesse. A. Passerini, L'impero e la crisi del terzo secolo, in
AA.VV., Nuove questioni di storia antica, cit., pp. 501-579, ha saputo inserire la crisi militare in una di
più vasta e generale portata, il cui significato specificamente socio-politico bene si coglie nelle pagine
di M. Mazza, Lotte sociali e restaurazione autoritaria nel III secolo d.C., Bari, 1973, che si dovrà tener
presente proprio perché - da Gallieno a Diocleziano - la "restaurazione" militare fu parte di un
programma coerente, che fa apparire politicamente più significativo il fatto che le armi di Roma si
affidassero alle mani di stranieri legati personalmente agli Augusti, stranieri il cui codice morale era del
tutto estraneo alle leggi e alle tradizioni di Roma, imperniato com'era sui concetti di fedeltà al capo e di
solidarietà di gruppo. Mentre i barbari s'impadronivano delle armi, i cives Romani ne venivano privati.
S. Mazzarino, Aspetti sociali del IV secolo, Roma, 1951, p. 271, ha messo a fuoco i problemi del
reclutamento e dell'adaeratio, cioè della tassa che era possibile fornire in sostituzione della recluta e
che - essendo il sistema di coscrizione parallelo a quello di tassazione e sanzionante il rapporto fra
milizia e terra - colpiva solo la proprietà fondiaria e i ceti agrari. Tutto il problema si può
sinteticamente considerare grazie al denso S. Mazzarino, La fine del mondo antico, Milano, 1959.
Se il problema dell'immigrazione barbarica nei quadri militari romani è stato ampiamente
messo a fuoco dal punto di vista di Roma, un po' più generiche sono le nostre conoscenze sui motivi
che spingevano i barbari a militare sotto signa e vexilla. Tutte le interpretazioni sembrano restare ferme
all'ormai convenzionale quadro del complesso disprezzo-ammirazione, del fascino esercitato dalla
civiltà romana su popolazioni inabituate al fasto e alle comodità e così via. A precisare meglio un
discorso del genere vale anche R. Wheeler, La civiltà romana oltre i confini dell'impero, trad. it.
Torino, 1963.
Ma chi erano, poi, questi barbari arruolati? Quanti erano? Da dove venivano? Che cosa avevano
di speciale? In che rapporto stavano con i non barbari? Per i quadri legionari dei primi tre secoli
dell'impero resta capitale la ricerca di G. Forni, Il reclutamento delle legioni da Augusto a Diocleziano,
Milano-Roma, 1953, condotto soprattutto sulle fonti epigrafiche. Per l'età successiva, oltre
all'importante R. Macmullen, Soldier and Civilian in the Late Roman Empire, Cambridge, Mass.,
1963, resta molto notevole l'excursus che sull'esercito ci offre A.H.M. Jones, Il tardo impero romano
(284-602 d.C.), II, trad. it. Milano, 1974, pp. 839-928, edito nella sua versione originale inglese nel
1964, e che si dovrà comunque integrare con E. Gabba, Considerazioni sugli ordinamenti militari del
tardo impero, in AA.VV., Ordinamenti militari in Occidente, cit., pp. 65-94. Le note di quest'ultimo
studio sono ampliate in Id., Per la storia dell'esercito romano in età imperiale, Bologna, 1974. Del
resto il vecchio G.L. Cheesman, The Auxilia of the Roman Imperial Army, Oxford, 1914, ha ricevuto
nel 1968 una ristampa che testimonia la sua validità; importanti, sul medesimo argomento: E. Sander,
Die Germanisierung des römischen Heeres, in "Historische Zeitschrift", CLVI, 1939, pp. 1 ss.; F.
Vittinghoff, Zar angeblichen Barbarisierung des römischen Heeres durch die Verbände des Numeri, in
"Historia", I, 1950, pp. 389-407; K. Kraft, Zur Rekrutierung der Alen und Koorten am Rhein und
Donau, Bern, 1951.
Negli ultimi decenni l'attenzione degli studiosi delle istituzioni militari romane si è andata
soprattutto incentrando sulle "riforme" militari di Gallieno, Diocleziano, Costantino, e sul loro valore
assoluto e relativo. A. Alföldi, Zu den Militärreform des Kaisers Gallienus, in AA.VV., Limes-Studien,
Basel, 1959, pp. 13-18, ha esaminato la politica di Gallieno nei confronti della cavalleria; ma in questo
campo gli studi erano già stati in parte rivoluzionati dall'importante libro di D. Van Berchem, L'armée
de Dioclétien et la réforme constatinienne, Paris, 1952, che sottolinea come Costantino, per motivi di
carattere principalmente personale-dinastico, avrebbe trasformato l'esercito della tetrarchia (ancora
relativamente simile a quello severiano, e concentrato alle frontiere) in uno strumento di pressione
politica, ponendo le truppe più efficienti alle dirette dipendenze dell'Augusto. Pertanto l'introduzione
per esempio dei comitatenses, attribuita a Diocleziano dalla nota tesi mommseniana, andrebbe invece
ascritta a Costantino. Bisogna notare che a tali risultati si è opposto, difendendo la tesi tradizionale, W.
Seston, Du comitatus de Dioclétien aux comitatenses de Constantin, in "Historia", IV, 1955, pp. 824
ss. Ma bisogna anche notare che la differenza tra comitatenses (o palatini) e limitanei (o ripenses), in
passato troppo spesso presentata come ben netta - per cui solo i primi sarebbero stati i veri e propri
soldati, i secondi solo una specie di milizia contadina ereditaria -, va attenuata alla luce d'una
riconsiderazione delle non molte né chiare fonti in merito. Ne parla Jones, Il tardo impero, cit., pp.
888-893.
Quanto all'insediamento dei barbari nelle terre dell'impero, L. Cracco Ruggini, Uomini senza
terra e terra senza uomini, in "Quaderni di sociologia rurale", III, 1963, pp. 20-41, che esamina il
problema dei limitanei e delle stanziamento dei gentiles entro i confini dell'impero. Anche in questa
direzione, indispensabile l'ampia sintesi di A.H.M. Jones.
Una bibliografia sulle Völkerwanderungen, comunque la si costruisse, sarebbe sempre
inadeguata, e del resto risulterebbe superflua in questa sede. Noi rinviamo semplicemente ad alcuni
"classici" dei quali ci siamo, da parte nostra, abbondantemente serviti: F. Lot, Les invasions
germaniques. La pénétration mutuelle du monde barbare et du monde romain, Paris, 19452; P.
Courcelle, Histoire littéraire des grandes invasions barbariques, Paris, 1948; O. Bertolini, I Germani;
migrazioni e regni dell'Occidente già romano, Milano, 1965. Per un aggiornamento generale sul
problema segnaliamo: L. Musset, Les invasions. Les vagues germaniques, Paris, 1969, e The Barbarian
Invasions, a cura di K. Fische Drow, New York, 1970. Segnaliamo infine la non "nuova", ma assai
stimolante sintesi, di G. Salvemini, La caduta dell'impero romano, in La dignità cavalleresca nel
Comune di Firenze e altri scritti, a cura di E. Sestan, Milano, 1972, pp. 385-469.
Capitolo quinto.
Per questo e per tutti gli altri capitoli, si veda R. Folz, A. Guillou, L. Musset e D. Sourdel,
Origini e formazione dell'Europa medievale, trad. it. Bari, 1975. Il problema storiograficamente
centrale, fra quelli trattati nel capitolo presente, è dalla metà dell'Ottocento quello della
"germanizzazione del cristianesimo", complementare del resto all'altro, quello della "cristianizzazione
del germanesimo". Problema che dopo varie avvisaglie scoppiò, per così dire, nella polemica tra Adolf
von Harnack e Rudolf Seeberg e che ha poi trovato uno studioso geniale in K.D. Schmidt, tra le cui
molte opere sul tema citamo Die Germanisierung des Christentums im frühen Mittelalter, in
Germanischer Glaube und Christentum, Göttingen, 1948, pp. 66-84. Valga sull'argomento, adesso, la
lucida sintesi di R. Manselli, La conversione dei popoli germanici al cristianesimo: la discussione
storiografica, in AA.VV., La conversione al cristianesimo nell'Europa dell'Alto Medioevo (in
"Settimane di Spoleto", XIV), Spoleto, 1967, pp. 13-42, e Id., La conversione come evangelizzazione
nell'Alto Medioevo, in AA.VV., Evangelizzazione e culture, II, Roma, 1976, pp. 160-168. Si vedano
inoltre: il libro in certo senso classico di R. Rückert, Die Christianisierung der Germanen, s.l., 19352;
J. De Vries, Altgermanische Religionsgeschichte, II, Berlin, 1957, pp. 429-448; i due saggi di L.
Musset e H. Daniel-Rops, rispettivamente su La conversion des Germains e La conversion des
barbares d'Occident, entrambi in Histoire universelle des missions catholiques, diretta da S. Delacroix,
I, Paris, 1957; W. Baetke, Die Aufnahme des Christentums durch die Germanen. Ein Beitrag zur Frage
des Germanisierung des Christentums, Darmstadt, 1962; G. Haendler, Geschichte des Frühmittelalters
und der Germanenmissionen, in Die Kirche in ihrer Geschichte, a cura di K.D. Schmidt e E. Wolf, II,
Göttingen, 1966; E.A. Thompson, Il cristianesimo e i barbari del nord, in AA.VV., Il conflitto tra
paganesimo e cristianesimo nel IV secolo, a cura di A. Momigliano, Torino, 1968, pp. 65-68. Per il
problema ideologico, J. Szövérffy, A la source de l'humanisme chrétien médiéval: "Romanus" et
"Barbarus" chez Vénance Fortunat, in "Aevum", XLV, 1971, pp. 77-86, e A. Angenendt, Taufe und
Politik im frühen Mittelalter, in "Frühmittelalterliche Studien", VII, 1973, pp. 143-168.
Quanto ai singoli popoli germanici (limitiamoci ai casi da noi passati in rassegna), si ricorra: per
i Goti, a J. Mansion, Les origines du christianisme chez les Gots, in "Analecta Bollandiana", XXXIII,
1914, pp. 5-30; AA.VV., I Goti in Occidente (in "Settimane di Spoleto", III), Spoleto, 1956; E.A.
Thompson, The Visigoths in the Time on Ulfila, Oxford, 1966, importante per gli usi pagani, An
Introductory Bibliography of the Ostrogoths in Italy, in "Classical Folio", XXV, 1971, pp. 350-356.
Per i Burgundi, a R. Guichard, Essai sur l'histoire du peuple burgonde, Paris, 1965; per i Longobardi, a
G.P. Bognetti, S. Maria foris portas di Castelseprio e la storia religiosa dei Longobardi, in L'età
longobarda, II, Milano, 1966, pp. 12-673, fondamentale quanto alla conversione di quel popolo; per i
Franchi, a É. Salin, La civilisation mérovingienne d'après les sépultures, les textes et le laboratoire,
IV: Les croyances, Paris, 1959, in part. pp. 473-488 per le sopravvivenze pagane, e a AA.VV., S.
Martin et son temps, Roma, 1962 (in "Studia Anselmiana", XLVI); per i Sassoni, a AA.VV., Sankt
Bonifatius. Gedenkgabe zum zwölfhunderten Todestag, Fulda, 1954; T. Schieffer, Wirnfried-Bonifatius
und die christliche Grundlegung Europas, Freiburg i.B., 1964.
La politica di missione per mezzo della forza, iniziata da Carlomagno e proseguita poi dagli
imperatori della dinastia sassone e dagli ordini militari verso l'Europa orientale, è presentata in L.
Halphen, Etudes critiques sur l'histoire de Charlemagne, Paris, 1921, pp. 145-218, e va collegata al
volume di AA.VV., Heidenmission und Kreuzzugsgedanke in der deutschen Ostpolitik des Mittealters,
Bad Homburg, 1963.
Circa i rapporti fra epica e religione, quanto a Cinewulf si veda C. Sharr, Critical Studies in the
Cynewulf Group, Lund, 1949; quanto al Beowulf, AA.VV., The "Beowulf Poet". A Collection of
Critical Essays, a cura di D.K. Fry, Englewood Cliffs, N.J., 1968; AA.VV., "Beowulf" and "The Fight
at Finnsburh": A Bibiography, Charlottesville, 1969; "Beowulf". Tradizione e rinnovamento, a cura di
P. Scardigli, Firenze, 1972. Tra gli studi un po' invecchiati sul Beowulf, ci sembra tuttavia degno di
nota dal punto di vista storico R.L. Reynolds, Note on "Beowulf's" Date and Economic-social History,
in AA.VV., Studi in onore di Armando Sapori, I, Milano, 1957, pp. 173-178. Su un problema
particolare, L.G. Withbread, The "Liber monstrorum" and "Beowulf", in "Medieval Studies", XXXVI.
Quanto infine allo Heliand si vedano: W. Köhler, Das Christusbild im "Heliand", in "Archiv für
Kulturgeschichte", XXVI, 1936, pp. 265-282; S. Lupi, I problemi esterni del "Heliand", in "Annali
dell'Istituto universitario orientale", sezione germanistica, I, 1958, pp. 115-137; J. Rathofer, Der
Heliand. Theologischer Sinn als tektonische Form, Vorbereitung und Grundlegung der Interpretation,
Köln-Graz, 1962, dove è un interessante confronto tra lo Heliand e l'evangelista Luca; F. Delbono,
Heliand. Poema saxonicum saeculi noni, in AA.VV., Scritti in onore di Vincenzo La Via, Catania,
1976. In linea generale, è della massima importanza C.M. Bowra, La poesia epica, 2 voll., trad. it.
Firenze, 1979. Quanto a paganesimo e germanesimo a confronto epico, valga un "caso"
impressionante: O.G. Schwantler, Christus, Thor und Midgardschlange, in AA.VV., Festschrift für
Otto Höfler, a cura di H. Birkhau e O.G. Schwantler, I, Wien, 1968, pp. 145-168.
Capitolo sesto
La guerra come fenomeno etico è stata oggetto in ambiente cristiano di molti studi. Si vedano:
W. James, The Moral Equivalents of War, in Memories and Studies, New York, 1911; P. Chossat, La
guerre et la paix d'après le droit naturel chrétien, Paris, 1918; AA.VV., L'Église et le droit de guerre,
Paris, 19208; D. Beaufort, La guerre comme instrument de secours et de punition, La Haye, 1933; G.
Goyaux, L'Eglise et la guerre, Paris, 1934; O. Mazzella, La guerra nel dogma, nella morale, nella
storia della Chiesa cattolica, Taranto, 1936; A. Brucculeri, Moralità della guerra, Roma, 1940; A.
Colombo, Guerra e pace nel mondo cristiano, in "La scuola cattolica", LXVIII, 1940, pp. 321-340; C.
Cary-Elwes, Law, Liberty and Love. Study in Christian Obedience, London, 1950; V. Mora, La
tradition chrétienne, in AA.VV., La guerre et les chrétiens, Paris, 1953; J.C. McKenna, Ethics and
War. A Catholic View, in "American Political Science Review", LIV, 1960, pp. 647-658; P. Ramsey,
War and Christian Conscience, Durham, 1961; F. Hübler Petroncelli, Considerazioni sul diritto di
guerra nella dottrina cattolica, Napoli, 1969. Da questa prospettiva morale - che per un verso ci
riallaccerebbe al problema psicanalitico - il tema qui trattato investe anche il momento attuale: cfr. R.
De Becker, Si può uccidere e mantenere le "mani pulite"?, in "Pianeta", 26, genn.-febbr. 1969, e C.
Santippolito, Violenza e guerra santa, in "Vie della Tradizione", I, pp. 14-21. Appunto in questa
dimensione acquista importanza un problema che toccò i primi cristiani e ci tocca ancora, l'obiezione
di coscienza: cfr. C. Langlade-Demoyen, L'objection de conscience dans les idées et les institutions,
Paris, 1958, e A. Gomez De Ayala, L'obiezione di coscienza al servizio militare nei suoi aspetti
giuridico-teologici, Milano, 1966. Ma torniamo ai tempi che sono materia di questo capitolo.
L'ampia ricerca di A. Morisi, La guerra nel pensiero cristiano dalle origini alle crociate,
Firenze, 1963, appoggiandosi a una letteratura patristica quanto mai ampia dà conto di come, nei primi
dieci secoli della nostra era, "si sia arrivati alla completa cristianizzazione della guerra" (p. 223). Bruno
di Querfurt, alla fine del decimo secolo, è assunto come punto d'arrivo di un'evoluzione "lenta ma costante"
(ibidem) durata parecchi secoli e non priva - aggiungiamo noi - di punti d'arresto e d'inversioni di
tendenza. Con perplessità è da accogliere semmai la considerazione (che però non è esclusiva della
Morisi: è anzi comune) della crociata come guerra santa tout court. Per la prima parte del periodo
studiato dalla Morisi, si ricorra anche ad A. Colombo, La problematica della guerra nel pensiero
cristiano (dal I al V secolo), Milano, 1970 e a F.N. Russell, The Just War in the Middle Ages, London,
1975. Questo nostro capitolo è assai debitore a questi lavori. Con chiarezza e acutezza, ma anche con
una discreta dose di schematismo, G.S. Windass, Le christianisme et la violence: étude sociologique et
historique de l'attitude du christianisme à l'égard de la guerre, trad. fr. Paris, 1966, fissa le tappe della
metamorfosi del cristianesimo nei confronti della guerra, individuando tre fasi: la contestazione (i primi
secoli), l'accomodamento (Agostino), la consacrazione (le crociate).
La guerra nel Vecchio Testamento è esaminata nei primi due capitoli di J. Comblin, Théologie
de la paix: principes, Paris, 1960; si veda anche A.M. Brunat, La guerre dans la Bible, in "Lumière et
vie", 38, 1958, pp. 31-48 (tutto questo fascicolo è interessante per il problema della guerra). Per il
Nuovo, disponiamo di J. Lasserre, La guerre et l'Évangile, Paris, 1953, che sarà da usare con molta
cautela. In particolare per Gesù, P. Tucci, La guerra nelle grandi parole di Gesù, in "Bilychnis", 3,
1916, pp. 194-219, e G.M. Davis, An Opinion Concerning the Pacifism of Jesus, in "The Journal of
Bible and Religion", XVII, 1949. Per san Paolo, J. Molanger, Saint Paul et l'idéal chrétien du soldat,
Paris, 1955. Si deve ad ogni modo sottolineare - pur tenendo presente il Nuovo Testamento - il
carattere veterotestamentario di gran parte della cultura altomedievale, specie per quanto concerne la
guerra: cfr. R. Kottje, Studien zum Einfluss des Alten Testaments auf Recht und Liturgie des frühen
Mittelalters (6.-8. Jahrhundert), Bonn, 1964. Importanti, ancora, pur non interessando il centro del
nostro problema: G. Zampaglione, L'idea della pace nel mondo antico, Torino, 1967; A.D. Nock, La
conversione. Società e religione nel mondo antico, trad. it. Bari, 1974.
Ma le due questioni basilari restano quelle dell'atteggiamento dei primi cristiani di fronte alla
guerra e al servizio militare e della presenza cristiana nell'esercito. Limitiamoci a qualcuno tra gli studi
più importanti, partendo dal famoso A. von Harnack, Militia Christi: die christliche Religion und der
Soldatenstand in den ersten drei Jahrhunderten, Tübingen, 1905, un libro con il quale tutti i successivi
studiosi sono stati obbligati a fare i conti. Citiamo ancora: E. Vacandard, La question du service
militaire chez les chrétiens des premiers siècles, Paris, 1910; H.F. Secretan, Le christianisme des
premiers siècles et le service militaire, in "Revue de théologie et de philosophie", 1914, pp. 345-365;
F.T. Moore, Christianity and "saeculum", London, 1915; C.J. Cadoux, The Early Christian Attitude to
War, London, 1919; P. Batiffol, Les premiers chrétiens et la guerre, in AA.VV., L'Église et le droit de
guerre, Paris, 19022; L. De Regibus, Milizia e cristianesimo nell'impero romano, in "Didaskaleion", II,
1924, pp. 41-69; A. Bayet, Pacifisme et christianisme aux premiers siècles, Paris, 1934; R.H. Banton,
The Early Church and War, in "Harvard Theological Review", XXXIX, 1964, pp. 189-212; M. Dury,
Le christianisme dans les cohorts prétoriennes, in AA.VV., Hommages à J. Bidez et à F. Cumont,
Bruxelles, 1949, pp. 85-90; G. Lopuszanski, Recherches sur les chrétiens dans l'armée romaine,
Bruxelles, 1950; E.A. Ryan, The Rejection of Military Service by Early Christians, in "Theological
Studies", 1952, pp. 1-22; J.-M. Hornus, Evangile et Labarum: étude sur l'attitude du christianisme
primitif devant le problème de l'État, de la guerre et de la violence, Genève, 1960; G.S. Windass e J.
Newman, The Early Christian Attitude to War, in "Irish Theological Quarterly", XXIX, 1962, pp.
235-247; R. McMullen, Soldier and Civilian in the Later Roman Empire, Cambridge, Mass., 1967.
Utile, data l'importanza che quel termine assunse per i cristiani militari, Pour l'histoire du mot
"Sacramentum", a cura di J. de Ghellinck, Louvain-Paris, 1924. In particolare per Tertulliano: H.R.
Mann, Tertullian and War, in "Evangelical Quarterly", n.s., 1941, pp. 202-213; G. de Plinval,
Tertullian et le scandale de la couronne, in AA.VV., Mélanges J. de Ghellinck, Gembloux, 1951, pp.
183 ss.; J.-C. Fredouille, Tertullien et la conversion de la culture antique, Paris, 1972.
Il cristianesimo si trovò com'è noto a dover "concorrere" con alquante altre religioni, con
quelle soprattutto a carattere misterico (H.R. Willoughby, Pagan Regeneration: A Study of Mistery
Initiations in the Graeco-Roman World, Chicago, 1929; N. Turchi, Le religioni misteriche nel mondo
antico, Milano, 1948; J. Ferguson, Le religioni nell'impero romano, trad. it. Bari, 1974). Il mithraismo
fu il concorrente più temibile (E. Saxl, Mithras, Typengeschichtliche Untersuchungen, Berlin, 1931;
L.A. Campbell, Mithraic Iconography and Ideology, Leiden, 1968; J. Gonda, The Vedic God Mitra,
Leiden, 1972), ma nell'ambiente militare erano diffusi vari culti a carattere tendenzialmente
monoteistico, tipo quelli solare e imperiale spesso associati (C. Renel, Cultes militaires de Rome: les
enseignes, Lyon, 1903; G. Kittel, Christus und Imperator, Stuttgart, 1939; A.H. Kan, Iuppiter
Dolichenus, Leiden, 1943; G.H. Halsberghe, The Cult of Sol Invictus, Leiden, 1972; M.P. Speidel, The
Religion of Iuppiter Dolichenus in the Roman Army, Leiden, 1978).
E a questo punto si deve dire qualcosa sui martiri. Ma poiché a noi sembra che tale problema,
quanto meno dal punto di vista tipologico, sia strettamente legato a quello degli eroi, si rinvia per il
nesso relativo - del resto per nulla unanimemente accettato - a T. Klauser, Christlicher Martyrerkult,
heidnischer Heroenkult und spätjüdische Heiligenverehrung, in Arbeitsgemeinschaft für Forschung des
Landes Nordrhein-Westfalen, 91, Köln-Opladen, 1960, pp. 27-38.
Sulla letteratura martirologica: P. Monceaux, La vraie légende dorée, Paris, 1928; B. De
Gaiffier, Le lecture des Actes des Martyrs dans la prière liturgique en Occident, in "Analecta
Bollandiana", LXXII, 1954, pp. 134-166; S. Pezzella, Gli Atti dei Martiri. Introduzione a una storia
dell'antica agiografia, Roma, 1965, per cui si veda la recensione di A. Momigliano, in "Rivista storica
italiana", LXXVIII, 1966, pp. 216 ss., e G. Lanata, Gli atti dei martiri come documenti processuali,
Milano, 1973. Sempre sotto il profilo martirologico-liturgico, utile ancora H. Quentin, Les
martyrologes historiques du moyen-âge, étude sur la formation du martyrologe romain, Paris, 1908. Si
veda poi, sulla martirologia in senso stretto, H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles,
1912; Id., Les passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles, 1921; A.J. Wesinck, The
Oriental Doctrine of the martyrs, Amsterdam, 1921; G. De Sanctis, Contributo alla storia dei martiri
militari, in "Rivista di filologia e d'istruzione classica", n.s., II, 1974, pp. 64-79; C. Gallina, I martiri
dei primi secoli, Firenze, 1939; M. Lods, Confesseurs et martyrs successeurs des prophètes,
Neuchâtel-Paris, 1958. Per Agostino e la "guerra giusta", tema sul quale esiste una letteratura
veramente immensa, è utile P. Brown, Religion and Society in the Age of Saint Augustin, London,
1972; si può ricorrere inoltre a: P. Monceaux, St. Augustin et la guerre, in AA.VV., L'Église et le droit
de guerre, cit.; F. Salvioli, Il concetto di "guerra giusta" negli scrittori anteriori a Grozio, in "Atti
dell'Accademia Pontaniana", XLV, 1915, memoria n. 2 (il quale abbraccia sinteticamente i secoli fino
al XVI); E. Bernheim, Mittelalterliche Zeitanschauungen in ihrem Einfluss auf Politik und
Geschichtsschreibung, I, Tübingen, 1918, pp. 32-37 (fondamentale per il concetto di bellum iustum); R.
Regout, La doctrine de la guerre juste de St. Augustin à nos jours, d'après les théologiens et les
canonistes catholiques, Paris, 1934; V. Monachino, L'impiego della forza politica al servizio della
religione nel pensiero di S. Agostino, in "Nova historia", X, 1959, pp. 13-38; R.W. Tucker, The Just
War, Baltimore, 1960; G. Hubrecht, La juste guerre dans la doctrine chrétienne, des origines au milieu
du XVIe siècle, in AA.VV., La paix (in "Recueils de la Société Jean Bodin pour l'histoire comparative
des institutions", XV), II, Bruxelles, 1961, pp. 107-123; J. Fernando Ortega, La paz y la guerra en el
pensamiento agostiniano, in "Revista española de derecho canonico", XX, 1965, pp. 5-35.
Capitolo settimo
Fondamentale sul rapporto fra la Chiesa e la guerra C. Erdmann, Die Entstehung des
Kreuzzugsgedankens, Stuttgart, 1935. Sulla "militarizzazione del clero" in età carolingia, cfr. F. Prinz,
Klerus und Krieg im früheren Mittelalter. Untersuchungen zur Rolle der Kirche beim Aufbau der
Königsherrschaft, Stuttgart, 1971; per un caso particolare cfr. S.F. Wemple, Claudius of Turin Organic
Metaphor or the Carolingian Doctrine of Corporations, in "Speculum", XLIX, 1974, pp. 222-237. Il
problema storico-liturgico richiede ancora la conoscenza del pur invecchiato L. Duchesne, Origines du
culte chrétien, Paris, 19084. Ma nell'ambito della liturgia il tema della guerra riveste un ruolo
particolare: si rinvia a A. De Santi, La preghiera liturgica nelle pubbliche calamità, in "Civiltà
cattolica", III, 1915, pp. 18-34, 273-290, 411-430; A. Baumstark, Friede und Krieg in altchristlicher
Liturgie, in "Hochland", XIII, 1, 1915-16; O. Huf, Krjigsgeben in het Missale Romanum, in "Der
Katholick", CXLVIII, 1916, pp. 344-353; CL, 1916, pp. 1-27. Per il problema particolare del
comportamento militare, H.J. Schmitz, Die Bussbücher und die Bussdisciplin der Kirche, I, Mainz,
1883. Fondamentale A. Franz, Die kirchlichen Benediktionen im Mittelalter, 2 voll., Freiburg i.B.,
1909, ristampa Graz, 1960.
Su agiografia e martirologia, oltre ai molti studi dei Bollandisti e alle fondamentali pagine
scritte sul tema dal Delehaye e dal De Gaiffier, si possono utilizzare con particolare profitto, a livello di
critica delle fonti, anche B. De Gaiffier, La lecture des Actes des Martyrs dans la prière liturgique en
Occident, in "Analecta Bollandiana", LXXII, 1954, pp. 134-166, e M. Corti, Studi sulla latinità
merovingia in testi agiografici minori, Messina-Milano, 1939. Ai nostri fini rimane fondamentale H.
Delehaye, Les légendes grecques des saints militaires, Paris, 1909. Sul piano più propriamente
metodologico si vedano: K.A.H. Kellner, L'anno ecclesiastico e le feste dei santi nel loro svolgimento
storico, Roma, 1906; B. De Gaiffier, Les études d'hagiographie latine au cours des 70 dernières
années, in AA.VV., La pubblicazione delle fonti del medioevo europeo negli ultimi 70 anni
(1883-1953), I, Roma, 1954, pp. 259-263; B. De Gaiffier, Études critiques d'hagiographie et
d'iconologie, Bruxelles, 1967. Per la valutazione critica di uno strumento del quale da parte nostra ci
siamo serviti molto, la Bibliotheca sanctorum, rimandiamo a S. Boesch Gajano, La "Bibliotheca
sanctorum". Problemi di agiografia medievale, in "Rivista di storia della Chiesa in Italia", XXVI,
1972, pp. 139-153. Un ottimo strumento per l'avvio allo studio agiografico è costituito da AA.VV.,
Agiografia altomedievale, a cura di S. Boesch Gajano, Bologna, 1976.
Sull'arcangelo Michele, oltre agli studi ricordati nelle note corredanti il capitolo, si rinvia
soprattutto alla grande opera di AA.VV., Millénaire monastiques du Mont-Saint-Michel. Mélanges
commémoratifs, 6 voll., Paris, 1967-71. In essa è fra l'altro contenuto un saggio di A. Petrucci, Origine
e diffusione del culto di san Michele nell'Italia medievale (III, pp. 339-354), dove si precisa come il
culto si sia diffuso nella penisola dall'area germanica e come si sia affermato soprattutto in età
longobarda, mentre durante quella carolingia avrebbe segnato il passo stabilendosi nel centro-nord
dove rimase vivo fino all'età comunale. Inoltre: J.P. Rohland, Der Erzengel Michael, Arzt und
Feldherr, Leiden, 1977.
Vasta la bibliografia su san Giorgio: F. Görres, Ritter St. Georg, in "Zeitschrift für
wissenschaftliche Theologie", XXX, 1887, p. 62 ss.; S. Borelli, Il megalomartire S. Giorgio, Napoli,
1902, ricco di materiale ancorché acritico; J.E. Matzke, Contributions to the History of the Legend of
Saint George with Special Reference to the Sources of the French, German and Anglo-Saxon Metrical
Versions, in "Publications of the Modern Language Association", XVII, 1902, pp. 464-535; XVIII,
1903, pp. 99-171; E. Bergemann, Zur Legende vom Heiligen Georg, dem Drachentödter, in AA.VV.,
Festschrift der 48. Versammlung deutscher Philologen und Schulmänner in Hamburg dargebracht von
dem Lehrerkollegium des Königlichen Christianeums zu Altona, Altona, 1905, pp. 97-116. Un
contributo allo studio della leggenda latina è P.M. Huber, Zur Georgslegende, in AA.VV., Zeitschrift
zum 12. deutschen Neuphilologentag 1906, Erlangen, 1906; per il particolare caso dell'Inghilterra, E.O.
Gordon, Saint George Champion of Christendom and Patron Saint of England, London, 1907 (per i
lavori di E. Begemann ed E.O. Gordon, cfr. la nota in "Analecta Bollandiana", XXVII, 1908, pp.
96-98). Un esame generale di tutti i testi agiografici relativi a Giorgio è in K. Krumbacher, Der heilige
Georg, in "Abhandlungen der k. bayerischen Akademie", philos.-histor. Kl., XXV, 3.
Ricordiamo ancora: O. Grosso, San Giorgio nell'arte e nel cuore dei popoli, Milano, 1932. Per
la più recente bibliografia, D. Balboni e M.C. Celletti, Giorgio, in Bibliotheca sanctorum, vol. VI, pp.
512-531.
Un caso tipico della formazione d'una leggenda relativa ai santi militari è studiato in D. Van
Berchem, Le martyre de la legion thébaine. Essai sur la formation d'une legende, Basel, 1956. Su san
Martino, J.G. Bulliot e F. Thioller, La mission et le culte de saint Martin d'après les légendes et les
monuments populaires dans les pays Éduen, Paris-Autun, 1892; E. Tille, Das Sankt-Martin Lied, in
AA.VV., Festschrift zum sechzigsten Geburtstag von Paul Clemen, Bonn, 1926, pp. 55-63; nonché le
molte pubblicazioni edite per il centenario martiniano del 1961 e presentate da J. Lalache e M.
Liverani, Martino, vescovo di Tours, in Bibliotheca sanctorum, VIII, coll. 1248-1291; ancora, J.
Fontaine, Sulpice Sévère a-t-il travesti S. Martin de Tours en martyr militaire?, in "Analecta
Bollandiana", LXXXI, 1963, pp. 31-58.
Per l'iconografia dei santi: P.F. Grossi-Gondi, I monumenti cristiani iconografici ed
architettonici dei primi sei secoli, Roma, 1923; K. Künstle, Ikonographie der christlichen Kunst, 2
voll., Freiburg i.B., 1926-28; L. Réau, Iconographie de l'art chrétien, 3 voll., Paris, 1955-59: oltre
naturalmente alla Bibliotheca sanctorum, che offre in merito dettagliate e sistematiche informazioni, e
ai recenti Lexikon der christlichen Ikonographie, Rom-Freiburg-Basel-Wien, 1968 ss., nonché G.
Schiller, Ikonographie der christlichen, Kunst, 3 voll., Gütersloh, 1966-71. Il concetto di militia Christi
è fra l'altro ben presentato in S. Pricoco, L'isola dei santi, Roma, 1978, passim.

Capitolo ottavo.
I progressi della metallurgia e della forgiatura delle armi in età medievale dispongono di una
letteratura notevole: É. Salin e A. France-Lanord, Le fer à l'époque mérovingienne, Paris, 1950; É.
Salin, La métallurgie du fer au lendemain des grandes invasions, in Comptes-rendus de l'Académie des
Inscriptions et Belles-Lettres, Paris, 1956, pp. 24-29; Id., Les techniques métallurgiques après les
grandes invasions, in AA.VV., Le fer à travers les âges, Nancy, 1956, pp. 45-56. Un importante
articolo sui rapporti tra uso della spada lunga e Reitervölker è costituito da Gordon, Sword, Rapiers and
Horse-Riders, cit., pp. 67-68.
L'equitazione, l'archeologia equestre e in genere quanto attiene al cavallo non dispone
purtroppo di opere di sintesi per questo periodo. Il saggio di Vigneron, Le cheval, cit., potrebbe
costituire non solo un modello di ricerca, ma anche un punto di partenza, specie per quanto concerne i
testi di equitazione dell'antichità. Sul piano divulgativo, A. Azzaroli, Il cavallo nella storia antica,
Milano, 1975. Per l'Asia, anche M.A. Littauer e J.H. Crouwel, Wheeled Vehicles and Ridden Animals
in the Ancient Near East, Leiden, 1979. Per il cavallo in genere (cfr. anche supra, cap. I), si vedano i
vecchi C.A. Pietrement, Les races chevalines dans les temps et dans l'espace, Paris, 1905; W. Bolsche,
Das Pferd und seine Geschichte, Berlin, 1909; B. Tozer, The Horse in History, London, 1908;
indicazioni utili possono essere ricavate anche da A. Senet, Histoire de la médecine vétérinaire, Paris,
1953. Naturalmente, sotto il profilo archeologico, sul cavallo si hanno importanti notizie da parte di F.
Stein, Adelsgräber des 8. Jahrhunderts in Deutschland, 2 voll., Berlin, 1967, nonché in M.
Müller-Wille, Pferdegrab und Pferdeopfer im frühen Mittelalter, in "Berichten van de Rijksdienst voor
het Oudhedkundig Bodemonderzoek", XX-XXI, 1970-71, pp. 119-248. Sul piano dell'equitazione
militare è ancor utile il sia pur non più recente H. von Mangoldt-Gaudlitz, Die Reiterei in den
germanischen und fränkischen Heeren bis zum Ausgang der deutschen Karolinger, Berlin, 1922. La
geniale tesi esposta da L. White jr., Tecnica e società nel medioevo, trad. it. Milano, 1962, a proposito
dell'importanza della staffa nell'evoluzione della cavalleria, ha trovato tuttavia lucidi contraddittori in
P.A. Sawyer e R. Hilton, Technical Determinism: The Stirrup and the Plough, in "Past and Present",
XXIV, 1963, pp. 90-95.
Riguardo alle strutture militari, in linea generale sono ormai indispensabili i due volumi di
AA.VV., Ordinamenti militari in Occidente, cit. In particolare, ci limitiamo a segnalare per i singoli
popoli qualche specifico contributo.
Bizantini: L. Teall, The Barbarians in Justinian's Army, in "Speculum", XL, 1965, pp.
294-322.
Visigoti: D. Claude, Geschichte der Westgoten, Stuttgart, 1970.
Longobardi: P.S. Leicht, Gasindii e vassalli, in Scritti varii di storia del diritto italiano, I,
Milano, 1943, pp. 183-197; G.P. Bognetti, L'influsso delle istituzioni militari romane sulle istituzioni
longobarde del secolo VI e la natura della "fara", in Atti del congresso internazionale di diritto
romano, IV, Milano, 1951, pp. 167-210; O. von Hessen, Die Langobardenzeitlichen Grabfunde aus
Fiesole bei Florenz, München, 1966; A. Cavanna, Sala, fara, arimannia nella storia di un vico
longobardo, Milano, 1967; O. von Hessen, La necropoli longobarda delle tombe in fila della zona di
Ciringhelli, Provigliano, provincia di Verona, in "Memorie storiche forogiuliesi", XLIX, 1969, pp.
93-99; G. Tabacco, Dai possessori dell'età carolingia agli esercitali dell'età longobarda, in "Studi
medievali", s. III, vol. X, 1969, pp. 221-268; A. Tagliaferri, I Longobardi nella civiltà e nell'economia
italiana del primo medioevo, Milano, 1965; O. von Hessen, Die langobardischen Funde aus dem
Gräberfeld von Testona (Moncalieri-Piemont), Torino, 1971; Id., Contributi all'archeologia
longobarda in Toscana, Firenze, 1971-75; J. Jarnut, Beobachtungen zu den Langobardischen Arimanni
und Exercitales, in "Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte: Germanische Abteilung",
LXXXVIII, 1971, pp. 1-28; S. Gasparri, La questione degli arimanni, in "Bullettino dell'Istituto
storico italiano per il Medio Evo e Archivio muratoriano", LXXXVII, 1978, pp. 121-153; M. Rotili, La
necropoli longobarda di Benevento, Napoli, 1977.
Anglosassoni: N. Brooks, The Development of Military Obligations in Eighth and
Ninth-Century England, in AA.VV., England before the Conquest. Studies in Primary Sources
Presented to D. Whitelock, a cura di P. Clemoes e K. Hugues, Cambridge, 1971, pp. 69-84.
Franchi nell'età merovingia: É. Salin, La civilisation mérovingienne, 4 voll., Paris, 1949-59;
AA.VV., Études mérovingiennes. Actes des journées de Poitiers, 1-3 maggio 1952, Paris, 1953; J.P.
Bodmer, Der Krieger der Merowingerzeit und seine Welt, Zürich, 1959; R. Sprandel, Struktur und
Geschichte des merowingischen Adels, in "Historische Zeitschrift", CXCIII, 1961, pp. 33-71 (che nega
l'esistenza di una nobiltà franca prima del VI sec.); S. Corsten, Rheinische Adelsherrschaft im ersten
Jahrhundert, in "Rheinische Vierteljahrsblätter", XXVIII, 1963, pp. 84-130 (che sostiene la tesi
opposta); E. Zöllner, Geschichte der Franken bis zur Mitte des 6. Jahrhunderts, München, 1970; Id.,
Francisca bipennis, in "Mitteilungen des Instituts für österreichische Geschichtsforschung", LXXVII,
1970, pp. 27-33; B.S. Bachrach, Merovingian Military Organisation 481-751, Minneapolis, 1972; per
la battaglia di Poitiers, Id., Charles Martel, Mounted Schock-Combat, the Stirrup and Feudalism, in
"Studies in Medieval and Renaissance History", VII, 1970, pp. 47-76; H. Ament, Archäologie des
Merowingerreiches. Literaturbericht 1971, in "Bericht der Römisch-Germanischen Kommission",
LI-LII, 1970-71, pp. 283-347.
Franchi nell'età carolingia: J.F. Verbruggen, L'armée et la stratégie de Charlemagne, in Karl
der Grosse. Lebenswerk und Nachleben, a cura di W. Braunfels, I, Düsseldorf, 1965, pp. 420-436; F.L.
Ganshof, Frankish Institutions under Charlemagne, New York, 1970; E. Perroy, Le monde
carolingienne, Paris, 1974; B.S. Bachrach, Military Organization in Aquitaine Under the Early
Carolingians, in "Speculum", XLIX, 1974, pp. 1-33; G. Tabacco, L'ambiguità delle istituzioni
nell'Europa dei Franchi, in "Rivista storica italiana", LXXXVII, 1975, pp. 401-438.
Vasta la bibliografia sui capitolari e sulle questioni socio-giuridiche quali il bannum e il
significato di libertà e servitù, che si collegano peraltro al problema delle origini feudali. Ci limitiamo a
rimandare a F.L. Ganshof, Recherches sur les capitulaires, Paris, 1958; C.R. Brühl, Fodrum, Gistum,
Servigium regis, Köln-Graz, 1968; F. Merzbacher, Die Bedeutung von Freiheit und Unfreiheit im
weltlichen und kirchlichen Recht des deutschen Mittelalters, in "Historisches Jahrbuch", XC, 1970, pp.
257-283. Un po' invecchiato, ma sempre utile, H. Dannenbauer, Die Freien im Karolingischen Heer, in
AA.VV., Ausverfassungs- und Landesgeschichte: Festschrift für T. Mayer, I, Lindau, 1954, pp. 49-64.
...
.
...
Capitolo nono.
...
.
...
Sulle invasioni della "seconda ondata" in genere e sulle sue conseguenze: AA.VV., L'Europe
aux IXe-Xe siècles, Varsovie, 1968; L. Musset, Les invasions: le second assaut contre l'Europe
chrétienne, VIIe-XIe siècle, Paris, 1965. In particolare sugli Scandinavi: C.H. Haskins, The Normans in
European History, New York, 1959; L. Musset, Problèmes militaires du monde scandinave, in
AA.VV., Ordinamenti militari in Occidente, cit., I, pp. 229-291; P.A. Sawyer, The Age of the Vikings,
London, 1962; A. D'Haenens, Les invasions normandes en Belgique au IXe siècle: le phénomène et la
répercussion dans l'historiographie médiévale, Louvain, 1967; AA.VV., I Normanni e la loro
espansione in Europa nell'Alto Medioevo (in "Settimane di Spoleto", XVI), Spoleto, 1969. Per le
ripercussioni mentali del pericoloso momento, a titolo di modello possono servire: L. Febvre, Histoire
des sentiments. La terreur, in "Annales E.S.C.", VI, 1951; H. Platelle, Peurs et espérance au
moyen-âge, in "Mélanges des sciences religieuses", XXVI, 1969, pp. 3-21.
Le invasioni e la controffensiva cristiana dettero nuovo incentivo al culto dei santi militari tra
cui principalmente, in Francia, san Martino: cfr. P. Gasnault, Le tombeau de saint Martin et les
invasions normandes dans l'histoire et la legende, in "Revue d'Histoire de l'Église de France", XLVII,
1961, pp. 51-66. Ma in questo campo l'attività della dinastia sassone (della cui propaganda sacrale ha
presentato aspetti E. Dupré Theseider, La "grande rapina dei corpi santi" dall'Italia al tempo di
Ottone I, in AA.VV., Festschrift Percy Ernst Schramm, I, Wiesbaden, 1964, pp. 420-432) portò a
un'innovazione: il culto di san Maurizio che ha sollevato un'ampia problematica soprattutto in ordine
alla reliquia della "Santa Lancia"; si veda a titolo d'orientamento A. Hofmeister, Die Heilige Lanze,
Breslau, 1961; A. Brackmann, Die politische Bedeutung der Mauritiusverehrung im früheren
Mittelalter, in "Siztungsberichte der Berliner Akademie, Phil-hist. Klasse", 1937, pp. 279-305 (il
quale, opponendosi ad una tesi di F. de Mélis, identifica la lancia mauriziana - quella cioè di Vienna -
con quella che precedette Ottone III nel pellegrinaggio a Gnesen, mentre la lancia cosiddetta "di
Costantino" sarebbe una reliquia priva di significato politico); A.J. Herzberg, Der Heilige Mauritius.
Ein Beitrag zur Geschichte der deutschen Mauritiusverehrung, Düsseldorf, 1936; A. Brackmann, Zur
Geschichte der Heiligen Lanze Heinrichs I, in "Deutsches Archiv für Geschichte des Mittelalters", VI,
1943, pp. 401-411; H.W. Klewitz, Die Heilige Lanze Heinrichs I, ibidem, pp. 42-58 concorda in parte
con quanto era stato detto sulla "Santa Lancia" da F. de Mélis, ma distingue tra lancia borgognona -
cioè di san Maurizio, di valore puramente locale - e lancia italica - cioè di Costantino, autentico
simbolo imperiale; fondamentale al riguardo il saggio di P.E. Schramm, Die "Heilige Lanze", Reliquie
und Herrschaftszeichen des Reichs und ihre Replik in Krakau. Ein Überblick über die Geschichte des
Königslanze, in Herrschaftszeichen und Staatssymbolik, II, Stuttgart, 1955, pp. 492-537; l'argomento è
stato ripreso, dal punto di vista archeologico, da P. Paulsen, Flügellanzen. Zum archäologischen
Horizont der Wiener "Sancta Lancea", in "Fruhmittelalterliche Studien", III, 1969, pp. 289-312.
Sull'altra celebre reliquia mauriziana, la testa, cfr. E. Kovacs, Le chef de saint Maurice à la cathédrale
de Vienne (France), in "Cahiers de civilisation médiévale", VII, 1964, pp. 19-26. Ora, sempre su san
Maurizio, si veda l'interessante T. Dunin-Wasowicz, Santi romani nella Polonia altomedievale, in
"Quaderni medievali", 7, 1979, pp. 43-56. Il culto dei santi e delle reliquie "militari" si collega a un
atteggiamento sempre più deciso della Chiesa imperiale nei confronti della guerra: si vedano E.N.
Johnson, The Secular Activities of the German Episcopate 919-1024, Lincoln, 1932; F. Poggiaspalla,
La Chiesa e la partecipazione dei chierici alla guerra nella legislazione conciliare fino alle Decretali
di Gregorio IX, in "Ephemerides iuris canonici", XV, 1959, pp. 140-153. Sulla benedizione delle armi,
a parte quanto ne dice C. Lambot in "Revue bénédictine", 1947, pp. 215-224, si veda C. Vogel e R.
Elze, Le pontifical romano-germanique du Xe siècle. Le texte, 3 voll., Città del Vaticano, 1963-72. Per
lo specifico ruolo del clero del decimo secolo in guerra, cfr. L. Auer, Die Kriegskunst des Klerus unter den
sächsischen Kaisern, in "Mitteilungen des Instituts für österreichische Geschichtsforschung", LXXIX,
1971, pp. 316-407; LXXX, 1972, pp. 48-70.
Per i milites intorno al decimo secolo, sono naturalmente importanti tutti gli studi riguardanti da un
lato la storia militare del tempo, dall'altro la società feudale. In generale vedi ora K.F. Werner, Les
problèmes de l'organisation militaire aux IXe et Xe siècles, in "Bulletin de la société nationale des
antiquaires de France", 1969, pp. 137-139. Superflui dunque, in questa sede, i richiami ai lavori di
studiosi quali Guilhiermoz, Bloch, Ganshof, Boutruche, Sánchez-Albornoz, Tellenbach, Mor, Tabacco,
Duby ecc. Segnaliamo tuttavia alcuni studi più specifici, che ci sono serviti in modo notevole. In
generale sui rapporti vassallatici: F. Lot, Fideles ou vassaux?, Nancy, 1903-04; J. Calmette, Le
comitatus germanique et la vassalité, in "Nouvelle revue du droit français et étranger", 1904, pp. 501
ss.; C.E. Odegaard, Vassi and Fideles in the Carolingian Empire, Cambridge, Mass., 1945; H. Helbig,
Fideles Dei et regis, zum Bedeutungsgeschichte von Glaube und Treue im hohen Mittelalter, in
"Archiv für Kulturgeschichte", XXXIII, 1951, pp. 275-306; sulle condizioni giuridiche personali: P.
Toubert, La libertè personnelle au Haut Moyen Âge et le problème des arimanni, in "Le Moyen Âge",
LXXIII, 1967, pp. 127-144, che è una "recensione lunga" al libro di Giovanni Tabacco sui "liberi del
re", per il quale si veda infra; sulla stratificazione sociale e la dicotomia dei liberi: K. Bosl, Potens und
Pauper. Begriffsgeschichtliche Studien zur gesellschaftlichen Differenzierung im frühen Mittelalter und
zum "Pauperismus" des Hochmittelalters, in AA.VV., Alteuropa und die moderne Gesellschaft:
Festschrift für O. Brünner, Göttingen, 1963, pp. 60-87. Sui pauperes, più precisamente, R. Le
Man-Hennebicque, Pauperes et paupertas aux IXe et Xe siècles, in "Revue du Nord", L, 1968, pp.
168-188. Ma soprattutto AA.VV., Études sur l'histoire de la pauvreté (Moyen Âge - XVIe siècle),
diretto da M. Mollat, 2 voll., Paris, 1974.
Ma vediamo alcuni titoli, ripartiti per paese.
Sui milites in Francia - oltre naturalmente a quanto segnalato nelle note al capitolo - si vedano:
C. de La Paquerie, La vie féodale en France du IXe siècle à la fin du XVe, Tours, 1900; F. Thibault,
Observations sur le service militaire du IXe au XIIe siècle, in "Revue Historique de droit français et
étranger", s. IV, vol. VIII, 1929, pp. 646-647; Id., La condition des personnes en France du IXe siècle
au mouvement communal, ibidem, s. IV, vol. XII, 1933, pp. 424-477, 696-722 (per cui cfr. la
recensione di M. Bloch, Sur l'étude des classes au moyen âge, in "Annales d'histoire économique et
sociale", VII, 1935, pp. 213-215); J.F. Lemarignier, Le gouvernement royal aux premier temps
capétiens (987-1108), Paris, 1965; J. Boussard, Services féodaux, milices et mercenaires dans les
armées, en France, aux Xe et XIe siècle, in AA.VV., Ordinamenti militari in Occidente, cit., I, pp.
131-168; A. Chedeville, La France au moyen âge, Paris, 1962; G. Fournier, La terre et les hommes en
Picardie jusqu'à la fin du XIIIe siècle, in "Le Moyen Âge", LXXVII, 1971, pp. 329-336; G. Devailly,
Le Berry du Xe au milieu du XIIIe siècle. Étude politique, religieuse, sociale et économique, Paris-La
Haye, 1973; G. Duby, Le origini dell'economia europea, trad. it. Bari, 1975.
Per la Germania: C. Perrin, La société féodale allemande et ses institutions du Xe au XIIIe
siècle, I, Paris, 1956; H. Kallfelz, Das Standesethos des Adels im 10. und 11. Jahrhundert, Würzburg,
1960; G. Tellenbach, Zur Erforschung des hochmittelalterlichen Adels (9.-13. Jahrhundert), in Comité
international des sciences historiques. XII Congrès international des sciences historiques, I, Wien,
1965, pp. 318-337; K. Leiser, The German Aristocracy from the Ninth to the Early Twelfth Century, a
Historical and Cultural Sketch, in "Past and Present", XLI, 1968, pp. 25-53. Il discorso sulla nobiltà
tedesca riconduce al problema del rango decisamente inferiore dei milites rispetto a essa, condizione
che altrove si riscontra in modo meno perentorio; cfr. J.-M. Van Winter, "Uxorem de militari ordine
sibi imparem", in AA.VV., Miscellanea mediaevalia. In memoriam J.F. Niermeyer, Groningen, 1967,
pp. 113-124. Sui ministeriales il punto di partenza "classico" è A. von Fürth, Die Ministeriales, Köln,
1836; e altresì P. Kluckhorn, Die Minisiterialität in Südostdeutschland vom zehnten bis zum Ende des
dreizehnten Jahrhunderts, Weimar, 1910. Si veda ora K. Bosl, Die Unfreiheit im Übergang von der
archaischen Epoche zur Aufbruchsperiode der mittelalterlichen Gesellschaft, München, 1973. Per
un'area particolare, la Baviera, P. Dollinger, L'évolution des classe rurales en Bavière depuis la fin de
l'époque carolingienne jusqu'au milieu du XIIIe siècle, Paris, 1949.
Per l'Italia: V. Cavallari, Raterio e Verona. Qualche aspetto di vita cittadina nel decimo secolo,
Verona, 1967; G. Tabacco, I "liberi del re" nell'Italia carolingia e postcarolingia, Spoleto, 1966; Id.,
Il regno italico nei secoli IX-XI, in AA.VV., Ordinamenti militari in Occidente, cit., pp. 763-790; G.
Barni e G. Fasoli, L'Italia nell'Alto Medioevo, Torino, 1971; V. Fumagalli, Terra e società nell'Italia
padana. I secoli IX e X, Bologna, 1974; A.A. Settia, Incastellamento e decastellamento nell'Italia
padana fra decimo e XI secolo, in "Bollettino storico-bibliografico subalpino", LXXIV, 1976, pp. 5-26; P.
Toubert, Feudalesimo mediterraneo. Il caso del Lazio medievale, trad. it. Milano, 1980 (che però è
un'edizione ridotta rispetto all'originale francese, cui è consigliabile rifarsi); C. Violante, La società
milanese nell'età comunale, nuova ed., Bari, 1981.
Per la Spagna: E. Mayer, Historia de las instituciones sociales y politicas de España y Portugal
durante los siglos V a XIV, trad. sp. Madrid, 1925-26; C. Sánchez-Albornoz, El "stipendium"
hispano-godo y los origines del beneficio feudal, Buenos Aires, 1947; S. Lourie, A Society Organized
for War: Medieval Spain, in "Past and Present", XXXV, 1966, pp. 54-76; S. Sánchez-Albornoz, El
ejército y la guerra en el reino asturleonés 718-1037, in AA.VV., Ordinamenti militari in Occidente,
cit., I, pp. 293-428; H. Grassotti, Las instituciones feudo-vasalláticas en Leon y Castilla, Spoleto, 1969;
S. De Moko, La nobleza castellano-leonesa en la Edad Media, in "Hispania", CXIV, 1970, pp. 5-68;
C. Sánchez-Albornoz, Una città della Spagna cristiana mille anni fa (stampe della vita di León nel
secolo X), trad. it. Napoli, 1971; Id., Los hombres libres en el reino asturleonés hace mil años, in
"Cuadernos de historia de España", LIX-LX, 1976, pp. 375-424.
Sul feudalesimo come sistema militare, utile la messa a punto di J.R. Strayer, I due livelli del
Feudalesimo, in AA.VV., Vita e pensiero nell'Alto Medioevo, a cura di R.S. Hoyt, trad. it. Napoli,
1977, pp. 59-74. Segnaliamo infine, per l'eccezionale ricchezza di spunti, K. Bosl, Modelli di società
medievale, trad. it. Bologna, 1979, che raccoglie cinque importanti saggi del grande medievista
tedesco.
Le basi antropologico-letterarie della tipologia dell'eroe medievale si trovano ben delineate in
Bowra, La poesia epica, cit.
Data la varietà e la vastità degli argomenti toccati in questo lavoro, non vi sarà da stupirsi se,
just in printing, chi scrive è entrato in contatto con una fitta serie di libri e di saggi che sarebbero stati
quanto mai utili per integrare, in maggiore o minore misura, molte delle pagine che precedono. Intuibili
motivi sia scientifici sia tecnico-economici ci hanno vietato di prendere atto di queste nuove
acquisizioni, salvo qualche trascurabile "ritocco": riteniamo comunque non inutile segnalare qui di
seguito alcune cose che ci sembrano, fra le ultimissime uscite, d'importanza speciale per i temi trattati
dal nostro libro: in modo che, se esse non hanno potuto per motivi di tempo - e lo diciamo con
rammarico - essere utili a noi, lo siano almeno al lettore, sia per giudicare le nostre pagine sia per
riprendere, se gli parrà che ne valga la pena, certi discorsi da noi avviati.
Per i Reitervölker e il loro mondo mitico, una serie di fonti è stata studiata e presentata, a
proposito degli Sciti, da Dumézil. Il libro, edito in francese nel 1978, è ora tradotto anche in italiano: G.
Dumézil, Storie degli Sciti, trad. it. Milano, 1980. Al grande Maestro della "scienza della mitologia", al
quale tanto debbono le nostre stesse tesi di questo volume, è dedicato il denso profilo di J.-C. Rivière,
Georges Dumézil. A la découverte des Indo-Européens, Paris, 1979. A proposito del mondo
mitico-misterico ellenico e del quadro dionisiaco-apollineo-orfico, importante per noi sotto i profili
della sacralità del cavallo, della discesa agli Inferi e dei presupposti della pugna spiritualis, è ora
importante il ricorso a M. Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, II: Da Gautama Buddha
al trionfo del cristianesimo, Firenze, 1980, dov'è affrontato anche, fra l'altro, il tema delle varie
religiones castrenses della Soldatenkaiserzeit, quindi del culto del Sol Invictus e in genere dei culti
militari, a proposito dei quali non andrà dimenticato - nel solco del rapporto fra antichi dei guerrieri e
santi militari, ma con un taglio stimolante pur nella brevità e nella compendiosita del discorso - il
saggio di M. Riemschneider, La sfera cosmica di san Michele, in "Conoscenza religiosa", 3, 1978, pp.
213-218. Della stessa Riemschneider si segnala il contributo La religione dei Celti, trad. it. Milano,
1979, a sua volta non inutile nella direzione di alcuni temi trattati specie nei capitoli I-III di questo
lavoro.
Quanto all'Europa medievale, mutile tentare un sia pur inadeguato aggiornamento, tanti e tanto
numerosi sono i titoli che si dovrebbero indicare. Per brevità, rinviamo ad alcune ampie sintesi. Per i
Longobardi, l'ampio contributo di P. Delogu, Il regno longobardo, in Storia d'Italia, I, diretta da G.
Galasso, Torino, 1980, pp. 3-216, fa il punto sullo status quaestionis specifico ed è generoso di rinvii
bibliografici. In K. Bosl, Modelli di società medievale, trad. it. Bologna, 1979, e in particolare nel
saggio Caste, stati, classi nella Germania medievale, ivi raccolto alle pp. 103-129, il lettore italiano
troverà indicazioni che noi avevamo, da parte nostra, utilizzato. In ordine allo specifico problema della
stratificazione sociale e, specialmente, dei ministeriales, fruttuosa risulta la lettura di T. Struve, Die
Entwicklung der organologischen Staatsauffassung im Mittelalter, Stuttgart, 1978, e H. Winterer, Die
rechtliche Stellung der Bastarde in Italien, München, 1978.
Dal momento che l'ultimo dei lavori testé citati ci ha ricondotto sul suolo d'Italia, non possiamo
non segnalare M. Salvatore, Studi recenti di archeologia barbarica in Italia, in "Quaderni medievali",
7, 1979, pp. 231-237, e G. Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano,
Torino, 1979, libro nel quale l'illustre medievista dell'Università di Torino riprende, ampliandolo, il
capitolo da lui stesso dedicato alla storia politica e sociale del medioevo nel vol. II della Storia d'Italia
einaudiana. Sempre Tabacco si è occupato del primo vero e proprio apparire del cavaliere sulla scena
europea, del rapporto nobiltà-cavalleria e del divenire della cavalleria una vera e propria istituzione
(insomma di tutta una serie di problemi cronologicamente situabili tra XI e XII secolo, vale a dire
immediatamente "a valle" del periodo col quale noi chiudiamo le nostre pagine) nel saggio Su nobiltà e
cavalleria nel medioevo. Un ritorno a Marc Bloch?, in AA.VV., Studi di storia medievale e moderna
per Ernesto Sestan, I, Firenze, 1980, pp. 31-35. Tale saggio, espressamente scritto per la Miscellanea
Sestan, era già stato pubblicato con lo stesso titolo in "Rivista storica italiana", XCI, 1979, pp. 5-25; le
due versioni dello studio sono uguali, salvo che quella pubblicata sulla "Rivista storica italiana" reca
una nota (la 105) relativa al volume di G. Duby, Les trois ordres ou l'imaginaire du féodalisme, Paris,
1978, del quale esiste ora la trad. it. Lo specchio del feudalesimo. Sacerdoti guerrieri e lavoratori,
Roma-Bari, 1980. Nel denso saggio di Tabacco il lettore ritroverà - ma trattati con ben altra
autorevolezza - molti degli autori, delle opere e dei temi da noi indicati in questo libro, soprattutto nel
capitolo IX. Segnaliamo infine AA.VV., Das Rittertum im Mittelalter, a cura di A. Borst, Darmstadt,
1976, per quanto anche i saggi editi in questa raccolta siano d'argomento posteriore ai temi qui da noi trattati.
Proponiamo infine all'attenzione degli specialisti i risultati di una densa ricerca sul problema degli addobbamenti. J. Flori, Chevalerie et liturgie, in "Le Moyen Âge", LXIV, 1978, pp. 247-278,
409-442, ha sottoposto il tema a una serrata indagine nella "lunga durata" (dal decimo al XIV sec.), con risultati notevoli anche rispetto a quanto noi abbiamo notato qui nel cap. ottavo..

Aggiornamento bibliografico.
Senza alcuna intenzione - e ancor meno ambizione - di fornir qui un aggiornamento bibliografico che possa render conto di tutta la sterminata letteratura che sulla cavalleria è stata
prodotta da quando Alle origini della cavalleria medievale fu pubblicato la prima volta, nel 1981, ad
ora (del resto, nella riedizione del 2004 era già presente un sintetico Aggiornamento bibliografico,
richiamare il quale sarebbe ormai superfluo), rimando qui ad alcuni titoli che mi appaiono
incontournables, sforzandomi di limitarmi a una stringata scelta e adattandomi pertanto a dolorose
lacune. Ovviamente, ho avuto curo di segnalare titoli relativi non solo agli argomenti trattati nel libro,
ma anche al survey di storia della cavalleria medievale da me designato e proposto nel Prologo.
Studi di sintesi: M. Keen, La cavalleria, trad. it. Napoli, 1986; P. Coss, The Knight in Medieval
England, 1000-1440, Stroud, 1993; A. Hopkins, Knights. The Complete Story of the Age of Chivalry,
from Historical Fact to Tale of Romance and Poetry, London, 1998; A. Barbero, La cavalleria
medievale, Roma, 1999; J. Flori, Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, trad. it. Torino, 1999; R. Barber,
Cavalieri nel medioevo, trad. it. Casale Monferrato, 2001; J. Flori, La cavalleria medievale, trad. it.
Bologna, 2002; D. Barthelémy, La chevalerie. De la Germanie antique à la France du XIIe siècle,
Paris, 2007; La civiltà cavalleresca e l'Europa, a cura di F. Cardini e I. Gagliardi, Pisa, 2012.
Sulle origini storiche del fenomeno si segnalano J. Flori, L'idéologie du glaive. Préhistoire de
la chevalerie, Paris, 1983; sull'incontro fra Latini e Germani, M. Todd, I germani, trad. it. Genova,
1996; S. Gasparri, Prima delle nazioni, Roma, 1997; C. Azzara, Le invasioni barbariche, Bologna,
1999.
Ai molti "paralleli asiatici" dei poemi cavallereschi occidentali citati nel corso dell'opera, si
aggiungano almeno il poema kirghiso - ora disponibile in traduzione inglese - Manas, 2 voll., Bishkek,
1995, e il sempre problematico eppur inaggirabile poema finnico Kalevala, trad. it. di P.E. Pavolini, a
cura di C. Barella e R. Arduini.
La cultura della guerra e le tecniche di combattimento e di difesa sono state analizzate negli
ultimi anni soprattutto in relazione al pieno e Basso medioevo: cfr. F. Cardini, Quell'antica festa
crudele, Milano, 1982 (ried. Bologna, 2013); Guerre, fortification et habitat dans le monde
méditerranéen au Moyen Âge, a cura di A. Bazzana, Madrid-Roma, 1986; AA.VV., Guerra e guerrieri
nella Toscana medievale, a cura di F. Cardini e M. Tangheroni, Firenze, 1990; AA.VV., Le combattant
au Moyen-Âge, Saint-Herblain, 1991; AA.VV., La guerre, la violence et les gens au Moyen-Âge, a cura
di P. Contamine e O. Guyotjeannin, Paris, 1996; N. Olher, Krieg und Frieden im Mittelalter, München,
1997; AA.VV., Armies, Chivalry and Warfare in Medieval Britain and France, a cura di M. Strickland,
London, 1998; F. García Fitz, Ejércitos y actividades guerreras en la Edad Media europea, Madrid,
1998; AA.VV., Medieval Warfare, a cura di M. Keen, Oxford, 1999; A.A. Settia, Proteggere e
dominare. Fortificazioni e popolamento nell'Italia medievale, Roma, 1999; Id., Rapine, assedi,
battaglie. La guerra nel Medioevo, Roma-Bari, 2002; P. Grillo, Cavalieri e popoli in armi, Roma-Bari,
2008.
Sulla guerra in rapporto alle religioni, tema a lungo sottovaluto in decenni recenti, si è ripreso a
scrivere, con risultati alterni, in occasione del novecentesimo anniversario della presa di Gerusalemme
(1099-1999) e poi a seguito degli avvenimenti di questi ultimi anni; una sia pur modesta bibliografia
d'aggiornamento relativa a tale tema deve oltrepassare per ovvie ragioni i limiti cronologici
ordinariamente considerati convenzionali del cosiddetto medioevo: AA.VV., Les religions et la guerre,
Paris, 1991; P. Crépon, Le religioni e la guerra, trad. it. Genova, 1992; AA.VV., "Militia Christi" e
crociata, Milano, 1992; G. Minois, L'Église et la guerre. De la Bible a l'ère atomique, Paris, 1994; P.
Partner, Il Dio degli eserciti. Islam e cristianesimo: le guerre sante, trad. it. Torino, 1997; J. Flori,
Croisade et chevalerie. XIe-XIIe siècles, Paris-Bruxelles, 1998; C. Tyerman, L'invenzione delle
crociate, Torino, 2000; J. Flori, Guerre sainte, jihad, croisade. Violence et religion dans le
christianisme et l'islam, Paris, 2002; AA.VV., Pace e guerra nella Bibbia e nel Corano, Brescia, 2002;
E. Pace, Perché le religioni scendono in guerra?, Roma-Bari, 2004; D. Barthélemy, Chevaliers et
miracles. La violence et le sacré dans la société féodale, Paris, 2004; Crociate. Testi storici e poetici, a
cura di G. Zaganelli, Milano, 2004; F. Wittner, L'idéal chevaleresque face à la guerre, Apt, 2008; A.
Barbero, Benedette guerre. Crociate e jihad, Roma-Bari, 2009; Chevalerie et christianisme aux XIIe et
XIIIe siècles, a cura di P.M. Aurell e C. Gibrea, Rennes, 2011; G. Ligato, L'ordalia della fede, Spoleto,
2011.
Astraggo totalmente dal tema degli ordini militari (peraltro presente in molti dei titoli qui citati)
che ci porterebbe davvero lontano. È comunque necessario tener costantemente presente un
fondamentale strumento di ricerca: Prier et combattre. Dictionnaire européen des ordres militaires au
Moyen Âge, a cura di P.N. Bériou e P. Josserand, Paris, 2009.
Per l'"ideologia cavalleresca" (e la "mitologia cavalleresca"): J.H. Grisward, Archéologie de
l'épopée médiévale, Paris, 1981; Das Ritterbild im Mittelalter und Renaissance, Düsseldorf, 1985; G.
De Sorval, Initiation chevaleresque et initiation royale dans la spiritualité chrétienne, Paris, 1985; G.
Duby, Guglielmo il Maresciallo. L'avventura del cavaliere, trad. it. Roma-Bari, 1985; J. Flori, L'Essor
de la chevalerie. XIe-XIIe siècles, Paris, 1986; G. Duby, La société chevaleresque, Paris, 1988;
AA.VV., Forme dell'identità cavalleresca, Genova, 1989; M. Olivieri, Il destino del cavaliere. Aspetti
dell'ideologia cavalleresca, Perugia, 1990; AA.VV., The Ideals and Practice of Medieval Knighthood,
voll. I-V, Woodbridge, 1986-95; R.V. Kaeuper, Chivalry and Violence in Medieval Europe, Oxford,
1999; Mito e storia nella tradizione cavalleresca, Spoleto, 2006; P. Walter, Gauvain le chevalier
solaire, Paris, 2013 (a proposito del quale non si possono trascurare Sir Gawain e il Cavaliere Verde, a
cura di P. Boitani, e un saggio di A.K. Coomaraswamy, Milano, 1986). Sui temi relativi al Tierkampf
nel suo rapporto tra mitologia e folklore, cfr. A. Benvenuti, Il topos agiografico della lotta col drago:
da metafora del potere pubblico a tema folklorico, in Agiografia e culture popolari. In ricordo di
Pietro Baglioni, a cura di P. Golinelli, Bologna, 2012, pp. 155-192. Quanto all'inevitabile tema del
"mito" e/o "leggenda" del Graal, oltre alla raccolta delle fonti specifiche (Il Graal. I testi che hanno
fondato la leggenda, a cura di M. Liborio, Milano, 2005), mi limito alla menzione di: F. Cardini, M.
Introvigne e M. Montesano, Il Santo Graal, Firenze, 1998, e F. Zambon, Metamorfosi del Graal,
Roma, 2012. Un altro tema che ci porterebbe troppo lontano, e che pure rimane fondamentale, sarebbe
quello della "cavalleria al femminile", o del "femminino nella cavalleria", a suo tempo già oggetto di
alcune mirabili pagine di Huizinga. Non mi addentro in esso, ma non posso non segnalare almeno,
come punti di partenza, Christine de Pizan, La Città delle Dame, ed. di E.J. Richard, a cura di P.
Caraffi, Roma, 2004, e il lucido affascinante profilo di M.G. Muzzarelli, Un'italiana alla corte di
Francia. Christine de Pizan, intellettuale e donna, Bologna, 2007.
Sono stati pubblicati numerosi studi sull'annoso problema del rapporto fra cavalleria e nobiltà,
soprattutto di taglio regionale; diamo conto di alcuni dei principali: M.C. Gerbet, Les noblesses
espagnoles au Moyen Âge. XIe-XVe siècles, Paris, 1984; B. Arnold, German Knighthood, 1050-1300,
Oxford, 1985; AA.VV., Gentry and Lesser Nobility in Late Medieval Europe, a cura di M. Jones,
Gloucester-New York, 1986; A. Barbero, L'aristocrazia nella società francese del medioevo, Bologna,
1987; S. Carocci, Baroni di Roma, Roma, 1993; I. Peri, Villani e cavalieri nella Sicilia medievale,
Roma-Bari, 1993; AA.VV., Nobilities in Central and Eastern Europe: Kinship, Property and
Privilege, a cura di J.M. Bak, Budapest-Krems, 1994; AA.VV., Nobilitas. Funktion und Repräsentation
des Adels in Alteuropa, a cura di O.G. Oexle e W. Paracini, Göttingen, 1997; C.B. Bouchard, "Strong
of body, brave and noble". Chivalry and Society in Medieval France, Ithaca-London, 1998; K.F.
Werner, Nascita della nobiltà, trad. it. Torino, 2000.
Nell'ampia produzione sul rapporto fra costumi cavallereschi, "cortesia" e letteratura non si
può prescindere da: Arthurian Literature, a cura di R. Barber, Woodbridge, 1982; J.E. Ruiz Doménec,
El laberinto cortesano de la caballería, Barcelona, 1982; Id., La caballería o la imagen cortesana del
mundo, Genova, 1982; E. Köhler, L'avventura cavalleresca. Ideale e realtà nei poemi della Tavola
Rotonda, trad. it. Bologna, 1985; A. Capasso, Saghe di spade e magia nell'età umanistica, Genova,
1990; E. Gaucher, La biographie chevaleresque. Typologie d'un genre (XIIIe-XVe siècle), Paris, 1994;
A. Pulega, Amore cortese e modelli teologici, Milano, 1995; F. Ducluzeau, Le monde du Graal. Les
racines initiatiques de l'imaginaire chevaleresque, Paris, 1997; F. Cardini, M. Introvigne e M.
Montesano, Il Santo Graal, Firenze, 1998; J.M. Baldwin, Aristocratic Life in Medieval France,
Baltimore, 2000; A. Fassò, Il sogno del cavaliere. Chrétien de Troyes e la regalità, Roma, 2003; Id.,
Gioie cavalleresche. Barbarie e civiltà fra epica e lirica medievale, Roma, 2005; Epica e storia. Le vie
del cavaliere. In memoria di Antonio Pasqualino, a cura di M.G. Giacomarra, Palermo, 2005, con
contributi - fra gli altri - di François Hartog, Umberto Eco, Andrea Fassò, Antonino Buttitta e molti
altri; M. Villoresi, La fabbrica dei cavalieri. Cantari, poemi, romanzi in prosa fra medioevo e
Rinascimento, Roma, 2005; La letteratura cavalleresca dalle "Chansons de Geste" alla "Gerusalemme
Liberata", Pisa, 2008; Tommaso III di Saluzzo, Il Libro del cavaliere Errante (BnF ms. fr. 12559), a
cura di M. Piccat, Boves, 2008 (a proposito del quale si può vedere Immagini e miti nello "Chevalier
errant" di Tommaso III di Saluzzo, a cura di R. Comba e M. Piccat, Cuneo, 2008); A. Polcri, Luigi
Pulci e la Chimera. Studi sull'allegoria nel "Morgante", Firenze, 2010; M. Aurell, Le chevalier lettré.
Savoir et conduite de l'aristocratie aux XIIe et XIIIe siècle, Paris, 2011; Epica e cavalleria nel
medioevo, a cura di M. Piccat e L. Ramello, Alessandria, 2011; G. Palumbo, La "Chanson de Roland"
in Italia nel medioevo, Salerno, 2013. Si ricorda al riguardo la monumentale biografia di uno dei
massimi protagonisti della ricerca sui rapporti fra cavalleria e letteratura del Novecento, Martin de
Riquer: C. Gatell e G. Soler, Martí de Riquer. Viure la literatura, Barcelona, 2008. Per un'antologia di
fonti letterarie in traduzione italiana cfr. T. Di Salvo, Il cavaliere medievale, Firenze, 1988.
A proposito di cavalleria e iconografia: A. von Reitzenstein, Rittertum und Ritterschaft,
München, 1972; M. Saksa, Il valore e la fede. Un'indagine sulle immagini dei cavalieri nell'italia
medievale tra il 1250 ca. e il 1480, Turku, 2002; Paladini di carta. La cavalleria figurata, a cura di G.
Lazzi, Firenze, 2003; Tristano e Isotta in Palazzo Ricchieri a Pordenone. Gli affreschi gotici di
soggetto cavalleresco e allegorico, a cura di E. Cozzi, Pordenone, 2006; Nuovi studi sulla pittura
tardogotica. Palazzo Trinci, a cura di A. Caleca e B. Toscano, Foligno, 2009; C. Vallejo Naranjo, La
caballería en el arte de la Baja Edad Media, Sevilla, 2013.
La cavalleria nella festa, nel rito, nelle cerimonie, nel gioco, nel torneo, nella giostra, nei "passi
d'arme", nella corte e nella piazza: La civiltà del torneo (sec. XII-XVII). Giostre e tornei tra medioevo
ed età moderna, Narni, 1990; L. Ricciardi, "Col senno, col tesoro e con la lancia". Riti e giochi
cavallereschi nella Firenze del Magnifico Lorenzo, Firenze, 1992; Splendeurs de la cour de
Bourgogne, a cura di D. Régnier-Bohler, Paris, 1995; L.A. Luengo, Don Suero de Quiñones. El del
Passo Honroso. Estampas del Camino de Santiago, Palencia, 1997; Festa e politica e politica della
festa nel medioevo, a cura di A. Rigon, Roma, 2008; Il gioco e la guerra nel secondo millennio, a cura
di P. Del Negro e G. Ortalli, Treviso-Roma, 2008; M. Bonafin, Guerrieri al simposio. Il "Voyage de
Charlemagne" e la tradizione dei vanti, Alessandria, 2010; Le usate leggiadrie. I cortei, le cerimonie,
le feste e il costume nel Mediterraneo tra il XV e il XVI secolo, a cura di G.T. Colesanti, Montella,
2010; R. Paciaroni, Giochi e musiche nella festa di S. Severino (secolo XV), Sanseverino Marche, 2011;
I cavalieri dell'imperatore. Tornei, battaglie e castelli. Tornei, battaglie e castelli, a cura di F.
Marzatico e J. Ramharter, Trento, 2012.
Sui due temi degli strumenti-principe (e dei coprotagonisti) della cavalleria medievale, che
accanto al cavaliere stesso sono il cavallo e la spada, che qui è necessario esaminare sotto la duplice e
peraltro complementare prospettiva tecnologica e mito-concettuale (a loro volta distinte in molteplici
linee di ricerca), la bibliografia sarebbe tanto immensa quanto eterogenea. Mi limito a segnalare, per il
cavallo: Istoriceskij Atlas Osetii, Vladykavkaz, 2002; Akhalteke. A great Racer of History, Ashgabat,
2003; Ori dei cavalieri delle steppe, a cura di G.L. Bonora e F. Marzatico, Milano, 2007; Cavalli e
cavalieri. Guerra, gioco, finzione, a cura di F. Cardini e L. Mantelli, Pisa, 2011; G. Cherchi, Equus in
fabula. Immagini del cavallo tra mito, arte, letteratura, Pisa, 2012; "Sonò alto un nitrito". Il cavallo
nel mito e nella letteratura, a cura di S. Cocco e F. Zambon, Pisa, 2012; G.B. Tommasini, Le opere
della cavalleria. La tradizione italiana dell'arte equestre durante il Rinascimento e nei secoli
successivi, Frascati, 2013; E per la spada: Caino, a cura di R. Gotti, Verona, 2000; A bon droyt. Spade
di uomini liberi cavalieri e santi, Milano, 2007. La spada conduce di per sé al tema del duello e della
scherma, che però si sviluppò tra fine medioevo ed età moderna e che qui ci porterebbe troppo lontano.
Mi limito a segnalare, nella vasta letteratura specialistica disponibile, pochissimi titoli: Il duello, a cura
di E. Musacchio e G. Monorchio, Bologna, 1985; Fiore dei Liberi da Premiaracco, Il Fior di Battaglia
(1410), a cura di M. Rubboli e L. Cesari, Pisa, 2002; La bottega dello storico. Le metodologie della
ricerca nella scherma storica, a cura di F. Lodà, Rimini, 2011; S. Longhi, La spada da difesa e da
duello, Firenze, 2011.
Quanto alla cavalleria in Italia, con particolare riferimento all'eredità di Salvemini negli studi
sui milites nella società comunale, si vedano S. Gasparri, I milites cittadini. Studi sulla cavalleria in
Italia, Roma, 1982; AA.VV., Magnati e popolani nell'Italia comunale, Pistoia, 1997; E. Sestan, Scritti
vari, II: Italia comunale e signorile, Firenze, 1989; E. Artifoni, Salvemini e il Medioevo, Napoli, 1990;
H. Keller, Signori e vassalli nell'Italia delle città (secoli IX-XII), Torino, 1995; G. Iorio, Cavalleria e
milizia nel sud angioino, Atripalda (Av), 2000; E. Cuozzo, La cavalleria nel regno normanno di
Sicilia, Atripalda (Av), 2002; J.-C. Maire-Vigueur, Cavalieri e cittadini, trad. it. Bologna, 2004; T.
Dean, Knightood in Later Medieval Italy, in Europa e Italia. Studi in onore di Giorgio Chittolini,
Firenze, 2011, pp. 1-11 dell'estratto.
Per i risvolti "post-medievali" della civiltà e della cultura cavalleresche, nonché per i loro
revival, cfr.: M. Girouard, The Return to Camelot. Chivalry and the English Gentleman, New
Haven-London, 1981; M. Domenichelli, Cavaliere e gentiluomo. Saggio sulla cultura aristocratica in
Europa (1513-1915), Roma, 2002; Il "revival" cavalleresco dal "Don Chisciotte all'Ivanhoe" (e oltre),
a cura di M. Mesirca e F. Zambon, Pisa, 2010. Due cataloghi di altrettante mostre comprovano bene la
"continuità cavalleresca" nel "lungo medioevo": Monaci in armi. Gli Ordini religioso-militari dai
Templari alla battaglia di Lepanto, a cura di F. Cardini, Roma, 2005; Cavalieri. Dai Templari a
Napoleone. Storie di crociati, soldati, cortigiani, a cura di A. Barbero e A. Merlotti, Milano, 2009.
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...
FINE.